"Chi non spera l’insperabile non lo scoprirà, poiché è chiuso alla ricerca, e a esso non porta nessuna strada"
ERACLITO (535-470 a.C)

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Rimini: con la crisi 5mila occupati in meno

L’oggetto dell’analisi è costituito dal lavoro dipendente  privato non agricolo ufficiale, quello cioè che paga contributi Inps, fosse solo per un unico versamento durante l’anno. Non è tutto il lavoro, perché non comprende la componente irregolare, nel turismo più diffusa del manifatturiero,  ma è una buona approssimazione  dei cambiamenti in atto.  Si tratta di lavoro vero, che non ha niente a che fare con i sondaggi.

Dal 2010 al 2015 (ultimo anno disponibile)  i lavoratori e le lavoratrici con un  lavoro dipendente, totalmente o parzialmente regolare, sono diminuiti,  in provincia di Rimini,  di circa cinque mila unità  (da 104 a 99 mila circa).  Nel 2015 c’è stato un piccolo recupero, ma si tratta di poche centinaia di persone.

Il calo è da addebitare quasi per intero agli occupati a tempo determinato, che si sono dimezzati (da 32 a 17 mila unità).    In parallelo si è assistito ad una esplosione del lavoro stagionale (lavoro caratterizzato per una certa ciclicità, come il turismo balneare, ma anche la raccolta di mele, ecc.)  che da 8 mila balza a 21 mila lavoratori coinvolti (+ 252 % !), a discapito, parrebbe, del tempo determinato.

Qualche risultato l’ha ottenuto anche l’ultima riforma del lavoro (denominata Job Act) varata dal Governo Renzi, se è vero, come indicano i numeri, che i contratti a tempo indeterminato, nel 2015 (anno della decontribuzione delle assunzioni),  sono aumentati, rispetto l’anno prima, di 3,7 mila unità,  in pratica assorbendo per intero il calo del tempo determinato e facendo tornare i contratti stabili ai livelli del 2010.

In sintesi, nel quinquennio analizzato,  in un contesto di lavoro declinante, si riduce quello precario (determinato e stagionale) ma resta stabile, anche in termini assoluti, quello di lunga durata.  Ad essere ottimisti, un piccolo miglioramento.

Ma le buone notizie sembrano finire qui,  perché già nel primo semestre 2016, stando all’Osservatorio del lavoro della Regione,  sul totale di 55 mila assunzioni che ci sono state in provincia di Rimini, i contratti a tempo indeterminato hanno superato di poco le 5 mila unità, cioè un dieci per cento scarso, che diventa quindici per cento in Emilia Romagna.  Qualcosa di simile sta avvenendo anche a livello nazionale.

Non smette di crescere, invece, il pagamento del lavoro tramite voucher (buoni che al datore di lavoro costano 10 euro, di cui 7,5 vanno al lavoratore), soprattutto nel turismo, che sono passati, a Rimini, da  1,6 milioni per tutto il 2015  a 1,8 milioni solo nei primi dieci mesi del 2016.

Il calo dei lavoratori dipendenti,  nel periodo in esame, non è stato però generalizzato e si è concentrato  prevalentemente  nelle costruzioni, dove sono passati da circa 7 mila a 4,3 mila unità, nel manifatturiero  da 19,5 a 17  mila, nel commercio da 16,3 a 15,4 mila  e perfino il settore turistico (alberghi e ristoranti)   ha perso poco meno di un migliaio di lavoratori (meglio lavoratrici, visto che le donne coprono quasi due terzi degli addetti).  Questi numeri non considerano, però,  l’esplosione del fenomeno voucher che trova nel turismo una consistente diffusione.  Miglioramenti, invece, per sanità e assistenza sociale.

Il lavoro di un anno

Fino a questo momento abbiamo scritto di “lavoratori con almeno un versamento Inps” durante l’anno, indipendentemente della durata del periodo lavorativo.  Ma come è facile intuire un lavoro stagionale ed uno annuale non sono la stessa cosa.  Così si può scoprire che le giornate lavorative annuali 2015, per cui alla fine si pagano i contributi, da cui verranno calcolate le future pensioni, vanno da un minimo di 120 giorni nel turismo, ad un massimo di 291 giornate nelle attività finanziarie e assicurative, seguite da  264 giornate nel  manifatturiero, 256 giornate nella sanità e 254 giornate  nei trasporti e 242 nel commercio. A decrescere tutti gli altri settori.

Questi numeri ci dicono una cosa molto semplice: ci vogliono le giornate lavorative di più di due lavoratori regolari nel turismo, dove la stagionalità la fa da padrone, per arrivare a quelle di un addetto nel settore manifatturiero.   In altro modo: i 28 mila dipendenti del turismo (di cui circa 18 mila stagionali) hanno totalizzato, nel 2015,  3,4 milioni di giornate di lavoro retribuite contro i 4,5 milioni dei 17 mila addetti nella manifattura.   Cioè un quinto in meno, pur essendo molto più numerosi.

Nel 2015, rispetto al 2010, sono aumentate, seppure di poco, le giornate lavorative nel turismo, sanità, manifatturiero e commercio.  Stabili o in calo negli altri settori.

La paga giornaliera

Infine, c’è un ulteriore aspetto che marca la differenza del lavoro tra i settori economici: sono le retribuzioni medie giornaliere per dipendente.  Quelle del turismo sono le più basse (59 €), mentre a pagare meglio sono le banche e le assicurazioni (136 €).  In mezzo ci sono le retribuzioni giornaliere di tutti gli altri settori: al secondo posto, tra i più pagati, i lavoratori del manifatturiero (88 €), quindi il  trasporto (85 €). Si dirà che, soprattutto nel turismo, la diffusione  del fuori busta  compensa parzialmente le basse retribuzioni ufficiali. Questo è probabilmente vero, ma non è propriamente lo stesso che avere un lavoro totalmente regolare.

Dividendo gli importi sopra riportati per otto ore di lavoro giornaliere si ricava un compenso orario variabile tra  i 7 euro/ora  del turismo, ai 17 euro/ora  delle banche, passando per gli 11 euro/ora del manifatturiero.  Importi orari, escluso la finanza,  comunque inferiori alla media di 14 euro/ora dell’area euro.

Complessivamente, ancora una volta è il manifatturiero a pagare, nel 2015, il monte annuale  delle retribuzioni più elevato:  396 milioni di euro, a fronte dei 199 milioni di euro del turismo, 283 milioni di euro del commercio, 88 milioni di euro dei trasporti, 105 milioni di euro delle finanze e meno tutti gli altri.

In sintesi, il manifatturiero, spesso ritenuto un settore quasi al margine dell’economia locale, al contrario, anche per Rimini, è quello che paga regolarmente  il monte salari più elevato.

Avere un segmento importante dell’economia che paga salari relativamente bassi deve avere qualche  responsabilità  nella classifica delle retribuzioni medie lorde provinciali dove Rimini, secondo elaborazioni recenti di jobpricing.it,  con meno di 28 mila euro nel 2016 è l’ultima  in Emilia Romagna e 48ma in Italia (la provincia con le retribuzioni più alte è invece Parma con 31 mila euro).

 Tutto questo mentre in Italia, secondo Eurostat, il costo orario del lavoro nel terzo trimestre 2016 è diminuito dello 0,5 per cento, contro un aumento dell’1,5 per cento nell’area euro.

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