"Chi non spera l’insperabile non lo scoprirà, poiché è chiuso alla ricerca, e a esso non porta nessuna strada"
ERACLITO (535-470 a.C)

ottobre: 2017
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Come essere competitivi

Nel 2017, secondo le ultime previsioni della Commissione europea, a dieci anni dall’inizio della crisi, il Pil italiano, cioè la ricchezza prodotta,  sarà ancora del 5,7 per cento inferiore a quello del 2007.    Il sito d’ informazione economica lavoce.info calcola che se non ci fosse stata la crisi e l’economia nazionale avesse proseguito il cammino degli anni precedenti, nel  2017, lo stock di capitale risulterebbe superiore del 20 per cento rispetto alle stime della Commissione, mentre per gli investimenti l’incremento sarebbe stato del 61 per cento e  l’occupazione il 15 per cento, che vorrebbe dire quasi quattro milioni di posti in più.  Questo giusto per misurare e ricordare gli effetti della peggiore crisi economica del dopoguerra (causata, non lo dimentichiamo, dai disastri della finanza senza regole).

Come se ne esce ? Ci sono teorie che spesso sbagliano,  ma c’è anche una realtà che può dare, più realisticamente, utili insegnamenti. Come giornale economico locale da qualche numero stiamo seguendo un gruppo di aziende del territorio che abbiamo definito “eccellenti”, perché proprio in tempi così difficili hanno compiuto importanti passi avanti in termini di ricerca, innovazione, offerta di nuovi prodotti  e servizi, conquista di mercati esteri e creazione di buoni e qualificati posti di lavoro.

Non è facile e nemmeno semplice, ma è l’unica strada, non ci sono troppe alternative. Prendere le buone pratiche come esempio ed applicarle, adattandole, alla propria azienda. Chi pensa che l’unico modo per tornare ad essere competitivi e vincere la concorrenza è abbassare i salari, sbaglia completamente strada. Non solo per ragioni di equità e giustizia, ma perché nessun prodotto o servizio di qualità potrà mai nascere ed essere garantito se chi ha il compito di crearli e  produrli non viene adeguatamente remunerato.  L’uso massiccio dei voucher nel turismo, che lasciano al lavoratore sette euro e mezzo netto l’ora, e non per tutte le ore effettivamente lavorate, non è la soluzione per far tornare il nostro turismo competitivo. Ci vuole ben altro: una indagine della Provincia di Rimini, del 2015,  ha rilevato che la metà delle imprese turistiche della riviera (alberghi, ristoranti, agenzie viaggio, ecc.) negli ultimi tre anni non aveva introdotto nessuna innovazione. Percentuale di otto punti superiore al dato regionale.  Questo è da cambiare. Rimini, per quello che rappresenta in campo turistico, non dovrebbe essere sotto ma molti punti sopra gli altri. Se questo non accadrà sarà difficile intercettare quel numero crescente di turisti internazionali che ogni anno decide di viaggiare (oltre un miliardo).

Una città e un territorio attraente, che investe e migliora e sa stare al passo con i tempi, è un contenitore necessario ma non sufficiente, perché il prodotto turistico è una sommatoria di contenuti e servizi che devono procedere insieme.

Certo, per essere competitivi ci vuole anche un contesto nazionale favorevole, che non sempre esiste. Nell’ultimo rapporto della Banca Mondiale, Doing business 2016 (Fare affari 2016) l’Italia, in quanto a facilità di fare impresa, si classifica al 45° posto (ma era al 56° l’anno prima) e la Repubblica di San Marino addirittura al 76° posto, in una graduatoria di 189 paesi.  Una posizione che scende molto più in basso quando si va ai dettagli tipo: tempi richiesti per ottenere un permesso di costruzione, oppure per un allacciamento alla rete elettrica, pagamento delle tasse ed esecuzione di un contratto (in Italia i tempi sono tre volte più lunghi che in Germania e negli Stati Uniti).  Diventare più competitivi vuol dire migliorare anche questi aspetti.

 

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