"Chi non spera l’insperabile non lo scoprirà, poiché è chiuso alla ricerca, e a esso non porta nessuna strada"
ERACLITO (535-470 a.C)

novembre: 2017
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Quando il camice si tinge di rosa

di Lucia Renati

Le donne fanno bene (al)la salute. Contrariamente ai dati ministeriali sulla dirigenza del sistema sanitario nazionale, che fotografano una situazione con molte donne in corsia e poche nelle stanze dei bottoni, l’Azienda USL di Rimini conta circa 2.800 donne su 4.000 dipendenti complessivi. Su un’ottantina di unità operative, tra ospedaliere e territoriali, circa venti sono guidate da donne. Il direttore amministrativo (terza figura aziendale in ordine di importanza) è una donna, la dottoressa Paola Lombardini, così come la responsabile di tutti i servizi territoriali, la dottoressa Lorena Angelini. Ancora, dei due direttori di distretto (gli “ambasciatori” dell’azienda che tengono i rapporti con gli enti locali) una è la dottoressa Laura Zanzani, la collega Antonietta Santullo è la ‘capa’ di tutti gli infermieri e le infermiere aziendali mentre la primaria del pronto soccorso di Riccione è Marina Gambetti. Ruoli impegnativi e di grande responsabilità. Ne sa qualcosa anche la dottoressa Patrizia Tosi, bolognese, di 49 anni, che guida dall’aprile 2010 la nuova Unità Operativa di Ematologia composta tutta da “camici rosa”. La dottoressa arriva dall’Istituto di Ematologia ‘Seragnoli’ (policlinico Sant’Orsola-Malpighi di Bologna). Si è laureata e specializzata in Ematologia, ha svolto il dottorato di ricerca in Ematologia clinica all’Università di Ancona, svolgendo vari incarichi professionali e ha trascorso un anno e mezzo alla Brown University di Providence (USA).
Una donna che ricopre un ruolo dirigenziale in sanità. Non è il caso di Rimini ma, in generale, la dirigenza in sanità è in prevalenza maschile. Tra gli ostacoli alla carriera ci sarebbero la conciliazione tra famiglia e professione. E’ d’accordo? Esiste un problema di tipo culturale?
Non credo che esista un problema culturale, anche se veniamo da una storia in cui il ruolo della donna era riconosciuto quasi esclusivamente nell’ambito della famiglia. In misura molto ridotta, in alcuni ambiti, paghiamo ancora questa convinzione ma, nella situazione che vivo io qui a Rimini, direi che non esiste. Il mio staff, infatti, è fatto tutto di donne. Siamo cinque e siamo una grande squadra. A Rimini mi trovo benissimo, e poi consideri che vengo da una realtà, Bologna, in cui ero l’unica donna! Lì vivevo una situazione sicuramente molto diversa dal punto di vista professionale, più competitiva”.
Sarebbe più difficile dirigere un reparto tutto maschile?
“Non credo che se ne possa fare una questione di sesso. In un contesto sociale in cui si danno per acquisiti elementi fondamentali quali le pari opportunità, è ridicolo attribuire alle differenze biologiche una capacità di strutturazione sociale, soprattutto in campo medico. Quando si lavora i problemi sono altri, soprattutto in un lavoro impegnativo come il nostro. Il reparto di Ematologia a Rimini è nato da una costola dell’Oncologia. È stato fortemente voluto dal dottor Alberto Ravaioli. Ogni anno abbiamo più di 250 nuove diagnosi e in media visitiamo dai 20 ai 30 pazienti al giorno”.
Secondo una battuta famosa, “le donne devono fare tutto 2 volte meglio degli uomini per essere giudicate brave la metà”. Secondo lei in che cosa sono migliori le donne rispetto agli uomini?
“Le donne sono più brave a fare tante cose insieme, perché ci sono abituate, e hanno un diverso modo di approcciarsi ai pazienti rispetto ai colleghi uomini. Non è detto che sia migliore, è solo diverso”.

Come ha scelto di fare il medico?
“Da piccola mi sarebbe piaciuto fare l’insegnante, poi mi sono interessata agli aspetti biologici della medicina e così ho trovato la mia strada. Sono stata un anno e mezzo in America, quando sono tornata mi sono resa conto delle differenze che esistono rispetto al nostro sistema sanitario. Nel bene e nel male. Nella realtà americana la ricerca è molto facilitata, mentre l’assistenza è disastrosa. In Italia la situazione è opposta: oltre che sulla ricerca, dovremmo migliorarci sulle liste d’attesa”.
Le piace Rimini?
“Non ho ancora avuto modo di vivere pienamente l’estate perché, da quando sono arrivata, ho lavorato intensamente. Ma posso dire che questa città mi ricorda molto San Francisco. La gente affabile, uno stile di vita ‘easy’, poco complicato, una leggerezza buona, che porta via le nubi dei pensieri ‘pesanti'”.
Ematologia cura le malattie del sangue come leucemie, linfomi, mielomi. Patologie che colpiscono mediamente, in provincia di Rimini, 150-170 persone l’anno, anche in età pediatrica. Immagino che in un lavoro come il suo, le ‘nubi’ siano abbastanza frequenti. Il suo è un lavoro difficile, tecnicamente, ma soprattutto umanamente. Quali sono i momenti più difficili?
“Quando devo comunicare a un paziente che le cose non vanno bene”.
E i più belli?
“Quando un paziente guarisce”.

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