"Chi non spera l’insperabile non lo scoprirà, poiché è chiuso alla ricerca, e a esso non porta nessuna strada"
ERACLITO (535-470 a.C)

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Rimini turismo: una risorsa da riprogrammare

La crisi economica e del lavoro che da sei anni attanaglia l’Italia comincia, dopo aver obbligato molti a ridurre i consumi, a fare sentire i suoi effetti anche nel turismo. La costa riminese, dove i visitatori nazionali rappresentano i tre quarti del totale,  ne sta soffrendo  le conseguenze con una perdita, per il secondo anno consecutivo, di quasi un milione di notti trascorse (presenze) nelle strutture ricettive (da 12,4 del 2011 a 11,4 milioni nel 2013).  Di fatto le presenze italiane sono tornate  indietro di un decennio, dopo aver resistito su buoni livelli i primi anni di crisi.

Le notti degli stranieri, che dal 2008 sono cresciute di 600 mila unità superando, a fine 2013,  il massimo storico dei 4 milioni, in parte hanno contribuito a ridurre le perdite, ma non completamente.  Così volge al negativo il saldo complessivo di fine 2013 della costa di Rimini, con una perdita di presenze, sul 2011, del cinque per cento (da tenere presente che nell’estate 2013 le notti passate in albergo, in tutta Europa, sono aumentate di 22 milioni).

L’Italia non ha fatto meglio e  nel 2013 ha perso il 4,6 per cento delle presenze (solo le notti degli italiani si sono ridotte del 17 per cento), mentre Francia, Germania e Spagna miglioravano qualcosa in più dell’1 per cento,  quando il Regno Unito cresceva del 6,5 per cento, la Grecia dell’11,7 e la Croazia, sull’altra sponda dell’Adriatico, il 3,4 per cento.

Complessivamente nei 28 paesi dell’Unione Europea le presenze turistiche 2013 sono aumentate dell’1,6 per cento, grazie al turismo degli stranieri più che a quello, in discesa un po’ dappertutto, dei residenti.  Da qui l’importanza di essere competitivi sui mercati esteri.

Perché nel mondo i viaggiatori  internazionali continuano a crescere al ritmo annuo del 4-5 per cento, avvicinandosi, nel 2013, al miliardo e cento milioni, metà dei quali hanno continuato a scegliere l’Europa come meta.  Tra le principali destinazioni internazionali l’Italia è quinta, preceduta da Francia, Stati Uniti, Cina e Spagna.

Quindi non è la materia prima a mancare, cioè i turisti con la voglia e la possibilità di viaggiare, in particolare provenienti dai mercati emergenti, quanto un’adeguata capacità di saper offrire i propri prodotti e servizi.  L’Italia si sta dimostrando totalmente inadeguata, tanto che nonostante sia il terzo paese al mondo per  siti dichiarati patrimonio culturale dell’umanità, precipita al 26mo  posto nella classifica sulla competitività del turismo stilata dal WEF (Forum Mondiale dell’Economia).  Per efficacia delle campagne di marketing e formazione va anche  peggio: su 140 paesi presi in considerazione, l’Italia occupa rispettivamente la 116ma  e 121ma  posizione.

Con il calo delle presenze turistiche Rimini ha dovuto rinunciare, solo nel 2013, anche a sette mila avviamenti al lavoro nel settore alberghiero e  ristoranti, che in termini di persone equivalgono a  più di cinque mila avviati in meno. Un risultato che certamente non ha fatto bene all’occupazione, già messa a dura prova dalle crisi di tante aziende.

Anche il turismo dell’entroterra, Valconca e Valmarecchia, su cui pure si era puntato investendoci parecchio, non ha dato i frutti sperati ed i numeri del 2013 sono declinanti, segnando un vistoso arretramento del 16 per cento (da 198 a 167 mila presenze, che sono comunque briciole rispetto al totale provinciale).

Negli ultimi decenni Rimini ha grosso modo mantenuto le sue presenze, ma non va dimenticato che negli anni ottanta del secolo scorso raggiunse 17 milioni di notti, cioè più di oggi.  Tutto questo in un arco temporale in cui, nel mondo, il numero dei viaggiatori quintuplicava. E’ vero che più delle presenze contano i fatturati, cioè quanto spendono i turisti, ma una relazione tra i due indubbiamente esiste.

La destagionalizzazione si è “appiattita”

Rimanendo sulla spesa, è stato dimostrato che un congressista o un partecipante ad un evento fieristico, se si ferma, spende di più di un turista balneare, e il loro peso sui fatturati  è maggiore di quello che risulta dalle mere presenze. Tutto ciò premesso va però osservato che anche la destagionalizzazione sembra essersi arenata: partita negli anni settanta con la costruzione delle prima Fiera ha toccato il massimo nel 2007, quando superò il 14 per cento delle presenze annuali complessive, per ridiscendere al 9 per cento l’anno scorso. E’ vero che molti congressi e fiere si fanno anche durante la classica stagione, ma alcune strutture  sono state pensate proprio per allungare la stagione balneare.    C’entra la crisi, ma un andamento piatto, dopo i primi progressi, ha una storia che la precede. Indizio che qualche criticità era già presente.

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