"Chi non spera l’insperabile non lo scoprirà, poiché è chiuso alla ricerca, e a esso non porta nessuna strada"
ERACLITO (535-470 a.C)

ottobre: 2017
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Finanziamenti regionali: alla Romagna solo briciole

di Alessandra Leardini

Dell’opportunità di una Regione Romagna si discute da tempo. I delusi del centralismo emiliano, per non dire bolognese, sono tornati alla carica anche in seguito alla notizia della soppressione delle province. Dall’Università al sistema sanitario, dalla gestione dei rifiuti al fallito sistema aeroportuale dove l’unico punto fermo resta il “Marconi”, il problema è sempre lo stesso: chi decide le sorti di Rimini e delle altre “cugine” romagnole, sembra farlo il più delle volte con un punto di vista lontano chilometri. Eppure non è un caso che due anime tanto diverse siano separate da un trattino. L’idea che i romagnoli siano “snobbati” dalle stanze dei bottoni bolognesi (parlando di governo regionale) ha radici lontane. Si narra che nell’Ottocento, per fare un esempio, un giornale di Modena avesse diffuso il sospetto che i primi stabilimenti balneari della Riviera non fossero altro che un pretesto per chissà quali riunioni sediziose e convegni da tenere nascosti.
Al di là delle dicerie, è proprio vero che tra l’Emilia e la Romagna c’è una scarsa integrazione? Ed è vero che le risorse stanziate dalla Regione sono spartite in modo iniquo? Ci ha pensato il riminese Bonfiglio Mariotti, imprenditore informatico (è presidente di Italstudio Spa e tra i fondatori di Eticredito), a rispondere a queste domande. Nel suo Dossier Romagna è andato ad indagare punto per punto dove finiscono i soldi della Regione, approdando alla triste conferma: quello che arriva tra Rimini, Cesena, Forlì e Ravenna sono solo briciole. Lui, premettendo di essere contrario alla Regione Romagna, si limita ai dati: “Di tutti i finanziamenti regionali e di tutti i fondi europei e nazionali che passano attraverso la Regione – spiega – negli ultimi anni alla Romagna è arrivata una media inferiore al 10%”.
Tra le sfide aperte con Bologna Mariotti si sofferma sul caso Hera nel cui CdA “su 18 membri solo 5 provengono dal territorio romagnolo”, e sull’Università o, meglio, i “saperi non consolidati della Romagna”. La pietra dello scandalo? La rete dei tecnopoli, i centri per l’innovazione: “Su 80 milioni di euro erogati nel 2011– spiega – a noi è arrivato il 9%”. Ma anche il turismo dove la Romagna dovrebbe fare la parte del leone, in realtà si prende solo i resti. “Sebbene insieme a commercio e servizi rappresenti oltre il 60% del Pil regionale, su 221 milioni di interventi per lo sviluppo, ha ricevuto solo l’11% contro il 55,8% dell’industria”. Altra nota dolente la mobilità. Nel consuntivo del Piano regionale dei trasporti 98/2010, “mentre in Emilia sono state realizzate il 15,8% delle opere stradali previste, in Romagna è stato fatto solo l’1,8%”.
Morale della favola, “se avessimo avuto in quarant’anni gli stessi soldi dell’Emilia non solo avremmo potuto rifare le fogne ma anche la nostra industria sarebbe forte come quella emiliana”. Colpa solo dei decisori bolognesi? Non proprio. “I romagnoli che vengono eletti in consiglio o in giunta regionale devono fare gli interessi della Romagna, non dei partiti” avverte Mariotti. Una buona responsabilità, però, ce l’hanno anche gli amministratori locali. “È vero che le somme stanziate per la Romagna sono sempre meno rispetto alla porzione spettante, ma ancora meno – conclude Mariotti – sono quelle realmente erogate, cioè spese”. Lo dimostra il fatto che se in Emilia la percentuale di soldi erogati sul totale assegnato raggiunge il 75%, in Romagna si ferma al 60.

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