"Chi non spera l’insperabile non lo scoprirà, poiché è chiuso alla ricerca, e a esso non porta nessuna strada"
ERACLITO (535-470 a.C)

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Web e commercio elettronico

Nell’ultimo Rapporto 2012 della World Wide Web Foundation che da qualche anno elabora un Web Index per 61 paesi nel mondo, un indice per indicare in forma sintetica il grado di utilizzo, con la relativa influenza, delle tecnologie digitali,  l’Italia si posiziona al 23mo posto,  preceduta perfino da Cile e Messico, contro la 14ma posizione della Francia e la 18ma della Germania.

Nel sub indice che rileva il peso del web nell’economia, la posizione dell’Italia è ancora più arretrata, tanto da scendere al  38mo posto.

Per un paese come l’Italia, tanto più in un momento di pesante stagnazione del mercato interno, conquistare quote maggiori di esportazioni potendo ricorrere anche alle tecnologie web non è più procrastinabile.  Senza considerare gli altri aspetti che trarrebbero giovamento da un impiego più massiccio del web: semplificazione e snellimento della burocrazia, con relativo abbattimento dei costi e facilitazione della vita dei cittadini  (provate ad andare alle Poste e chiedete di cambiare qualche buono fruttifero di poche migliaia di euro per un altro investimento, vi richiederà più di un’ora !), maggiore partecipazione e un tasso più alto di democrazia.

L’e-commerce (commercio elettronico) è quindi solo uno dei possibili modi di utilizzo delle nuove tecnologie digitali.  Tra l’altro il volano dell’e-commerce, secondo un recente studio di CartaSi  vale ormai il 13,9% del totale della spesa fatta con le carte di credito e  viaggia con tassi di crescita a doppia cifra, l’11% quest’anno, per un valore che si avvicina al miliardo di euro. E’ questo il nuovo mercato con cui fare conti.

Non è da meno, in Italia, il turismo online, che secondo l’Osservatorio eCommerce B2C Netcomm del Politecnico di Milano, dovrebbe sviluppare nel 2012 un giro d’affari pari ad almeno 4,8 miliardi, in crescita del 20%  sul 2011.

L’attuale normativa recita (art.18 del Dlgs 114 del 1998) che per esercitare questa forma di commercio bisogna darne comunicazione al Comune in cui viene svolta l’attività.  In pratica i comuni dovrebbero essere aggiornati sulla diffusione di questa attività, ma non è così.

 

Ad affrontare per prima il tema è stata, nel 2010, la Confesercenti regionale. Furono contattati i Comuni per sapere quanti si erano registrati, ma non tutti risposero, anzi i più negligenti furono proprio quelli della provincia di Rimini: solo quattro su venti (ancora non era entrata l’Alta Valmarecchia) fornirono i dati, la percentuale regionale  più bassa (20% contro una media del 72%).

Le aziende segnalate, nei pochi Comuni di Rimini che avevano risposto, per avere comunicato di voler aprire una attività di commercio elettronico furono 59, appena il 3% del totale regionale fatto di 1.751 aziende e solo lo 0,6% delle imprese commerciali della provincia.

In realtà però, le imprese attive nell’attività di e-commerce sono molto di meno, perché spesso le intenzioni non diventano realtà, le chiusure non vengono segnalate,  oppure  i  Comuni non aggiornano i registri.

Così le imprese veramente operative, quindi non esistenti solo sulla carta,  registrate presso le Camere di Commercio scendono a Rimini a 43 e in Emilia Romagna a 455, cioè meno di un terzo di quelle che avevano inviato la prima comunicazione ai Comuni.

Bisogna anche aggiungere che tra le imprese di e-commerce attive,  per oltre i due terzi si tratta di ditte individuali e che a Rimini le prime società specializzate dedite al commercio elettronico al dettaglio risalgono al 2004.

Ma il settore pare abbia trovato un nuovo impulso con la crisi, tanto che in tutte le province dell’Emilia Romagna il loro incremento, confrontando i numeri del 2009 con quelli di metà 2012,  è stato significativo. In particolare a Rimini dove salgono da 43  a 106, con un balzo del 147%, il secondo più alto della regione che registra un aumento medio del 98%.  Certo, di fronte ai numeri del commercio stiamo comunque parlando di una nicchia, che può però funzionare da traino per molti.

Insomma, siamo agli esordi e c’è molto da fare. Questo però vuol dire che anche questa provincia deve dotarsi di una Agenda digitale, mettendo mano in primo luogo alle connessioni internet a banda larga, un altro campo dove l’Italia e Rimini stanno perdendo terreno rispetto a competitori più agguerriti.   In verità il 97% dei residenti della provincia di Rimini hanno, tra rete fissa e wireless, accesso alla banda larga, ma il problema risiede nella sua portata e velocità, spesso insufficiente a trasportare grandi flussi di informazioni.

La banda larga va quindi potenziata anche in vista del passaggio del commercio elettronico dalle piattaforme tradizionali  a quelle mobili, infatti già si parla di   “mobile commerce” o m-commerce, cioè transazioni che vengono realizzate direttamente via web mobile, tablet e smarphone.   Un campo tutto nuovo che si apre, anche per tanti servizi pubblici.

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