"Chi non spera l’insperabile non lo scoprirà, poiché è chiuso alla ricerca, e a esso non porta nessuna strada"
ERACLITO (535-470 a.C)

settembre: 2017
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Viaggio nella città che cambia

di Genny Bronzetti

La città che cambia. Un paesaggio in divenire, fatto di volti africani e di alimentari pakistani. Di donne indiane in abiti lunghi a passeggio per le strade del centro e nuove botteghe di spezie e sapori orientali. A Rimini oltre l’11% della popolazione è composto da immigrati e questa realtà si riflette nei luoghi scelti dai cittadini stranieri. Spazi, spesso isolati, in cui si trapianta una cultura “altra”. “In tutta Italia, i commercianti extracomunitari tendono a radunarsi” spiega Shiomien Shi, presidente dell’associazione Arcobaleno, che si occupa dell’inserimento sociale e umano degli immigrati nel territorio “e questo avviene anche a Rimini. Ma a differenza di quanto accade nelle grandi città, dove questo riunirsi ha un carattere etnico, a Rimini non esiste una Chinatown o un quartiere indiano, ma in una via si sono raccolte le attività degli immigrati, indipendentemente dal paese d’origine”. Tra i commercianti stranieri della provincia, infatti, ben il 46% ha la sua attività nel comune di Rimini, e tra questi, almeno un terzo si trova ad un passo dal centro storico, assiepati quasi esclusivamente in un’unica via: Corso Giovanni XXIII.

Passeggiando tra i bazar
Imboccando la strada da Piazza Cesare Battisti, immediatamente si notano volti con tratti somatici diversi da quelli occidentali: prevalentemente indiani e africani, ma anche qualcuno orientale. Nel primo tratto della strada si rincorrono, sia a destra sia a sinistra, negozi di bigiotteria, tutti con gli stessi articoli, esposti ben in vista: pareti tappezzate di bracciali, orecchini, collane colorate. Più che negozi sembrano magazzini, sul punto di scoppiare, colmi dal soffitto al pavimento di oggetti colorati e sfavillanti ma ordinatissimi.
La maggior parte dei bazar è gestita da indiani, che aprono la mattina presto e continuano a lavorare ininterrottamente fino alle 22, a orario continuato. E se tutto ciò che è possibile cogliere con la vista non fosse sufficiente, le melodiose musiche orientali che escono dai negozi, non lasciano dubbi sull’origine di chi li gestisce. E lì, in alcuni terrazzi dei palazzi sopra le botteghe, spiccano tre grandi bandiere dell’Italia. Sembra improbabile che si tratti di una dimenticanza risalente agli ultimi infelici Mondiali di calcio. Potrebbe essere il simbolo di una recriminazione sui mutamenti dei colori urbani, in questa zona della città, una sorta di “difesa” dell’italianità da parte dei cittadini riminesi rimasti. Oppure potrebbero essere il simbolo dell’integrazione, dello straniero che mostra al mondo la sua fusione con il paese d’accoglienza.
Alle domande che poniamo in proposito, non viene data alcuna risposta “i commercianti stranieri sono spesso molto diffidenti. Non hanno rapporti lavorativi con gli italiani, e quindi si chiudono ancora di più”, prosegue Shiomien. Continuando a percorrere il Corso, in cui insegne a caratteri occidentali si alternano a caratteri arabi o di altre lingue sconosciute. Ci imbattiamo in un’attività, di origine chiaramente autoctona, che in mezzo alle botteghe orientali sembra quasi “straniera”: un negozio occidentale tra i bazar. Prima di raggiungere il semaforo di via Roma, tra gli empori spicca una bella targa “Centro Islamico Al Tawhid”. La religione è un elemento che esprime la diversità più chiaramente di qualsiasi altra cosa: fa riflettere questo centro, a pochi metri dalla Chiesa Cattolica del Suffragio, emblema della cultura occidentale e ancora di più simbolo della storicità riminese.
Davanti ad un phone center un bimbo dalla pelle scura gioca con un telefonino giocattolo, e sui campanelli lì accanto spiccano nomi scritti con caratteri occidentali, ma di origine lontana. Un portone attira l’attenzione più degli altri: si tratta di un ingresso vecchio e usurato dal tempo, ma completamente dipinto con colori sgargianti. Sono pitturati fiori, soli e vari simboli nei toni dell’azzurro, del verde e del turchese, e i nomi degli abitanti, tutti stranieri, invece che riportati sul campanello, sono anch’essi dipinti sul portone, in toni pastello. Di fronte al portone c’è un altro negozio, la cui insegna recita “alimenti esotici”. Anche in questo caso, se non avessimo potuto contare sulla vista, un altro senso ci avrebbe soccorso: l’olfatto. L’odore acre e penetrante che esce dalla bottega, infatti, annuncia qualcosa di lontano ed estraneo, e delimita la zona di Corso Giovanni XXIII che gli stessi immigrati chiamano “Bangladesh”. Perché se i tempi non sono ancora maturi, come ha illustrato Shiomien, per un quartiere diviso in zone etniche, è comunque altrettanto certo che ogni gruppo razziale rivendica la sua diversità.

E fuori Rimini?
Le aziende con titolare straniero presenti a Rimini, sono distribuite sul territorio provinciale in maniera disomogenea. Infatti, oltre un terzo hanno la loro sede nel capoluogo di Provincia, ma l’immigrazione, ormai, è questione che riguarda anche i piccoli comuni. “A differenza di quanto avviene a Rimini, nelle piccole realtà non è possibile parlare di aggregazione dei commercianti stranieri”, continua Shiomien, “piuttosto prevalgono le singole iniziative imprenditoriali degli immigrati”.  A Santarcangelo, per esempio, non esiste la via dei kebab e dei phone center, ma non mancano la rosticceria cinese e il fruttivendolo albanese. Allo stesso modo, nelle strade di Bellaria Igea Marina, sono nati, negli ultimi anni, numerosissimi negozi di bigiotteria e abbigliamento gestiti da cinesi, mentre a Torre Pedrera ce ne sono altrettanti, ma di rivenditori indiani. E ormai ovunque si diffondono le botteghe che vendono kebab, caratterizzati dalle ampie vetrate e dai cibi ben esposti, ma soprattutto dall’inconfondibile odore di carne e cipolla.
La geografia della cultura che cambia, però, non è sempre accettata serenamente. Da questo punto di vista, i quartieri che cambiano spesso diventano le vie multietniche dei contrasti. “Negli ultimi anni, infatti, l’avvento degli stranieri, ha cambiato tante cose” conclude Shiomien.”Le città di tutta Italia si sono aperte a nuove forme di condivisione e anche Rimini ha cercato di adeguarsi in tal senso, ma purtroppo, non sempre l’accettazione è semplice. Nei confronti degli immigrati commercianti, spesso si soffre di una concorrenza superiore a quella di commercianti nazionali”.
In fondo, quello dei quartieri etnici non é affatto un fenomeno nuovo. Chi si reca in qualsiasi grande città europea, spesso va a visitare il quartiere arabo o il quartiere indiano o il quartiere italiano, oggi magari centri della cultura o del divertimento notturno. A Parigi il quartiere ebraico e quello latino sono luoghi cui i turisti difficilmente rinunciano. Eppure, anche questi, anni fa, erano i quartieri del degrado e del contrasto.

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