"Chi non spera l’insperabile non lo scoprirà, poiché è chiuso alla ricerca, e a esso non porta nessuna strada"
ERACLITO (535-470 a.C)

aprile: 2019
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Una Romagna corpo unico

Intervista a Paolo Maggioli, Presidente Confindustria Romagna

 

Quest’anno ricorre il decennale della crisi economica più devastante, scoppiata nel 2008, per l’economia mondiale, dopo quella del 1929. L’Italia e la Romagna non ne sono rimaste immuni, ed ancora stentano a tornare ai livelli di partenza. Sicuramente ci sono cause nazionali, ma anche locali. Le imprese diminuiscono, in particolare quelle giovanili, la creazione di ricchezza è stagnate e l’occupazione cala.  Che spiegazione da Confindustria Romagna e cosa propone per recuperare e rilanciare l’economia del territorio.

 Sicuramente sono stati anni difficili per tutti e l’incertezza generale sia a livello nazionale che mondiale continua a fare mantenere alta la guardia. I dati positivi, sia per il fatturato sia per la produzione, evidenziati dell’indagine congiunturale realizzata da Confindustria Romagna per il periodo consuntivo primo semestre 2018 e previsioni secondo semestre 2018 e rilevata luglio, sono sicuramente un buon segnale, ma la prudenza resta.

Quello che è importante focalizzare è che il tessuto imprenditoriale della Romagna, rappresentato sia da grandi gruppi sia da piccole-medie imprese di tutti i settori, è attivo e costituito da imprese che hanno saputo affrontare e superare la crisi nel mondo giusto. Che si sono riorganizzate, che hanno investito in innovazione, che hanno continuato ad assumere e ad internazionalizzarsi.

 Recenti dati Istat, riferiti al 2015, mostrano un valore aggiunto per addetto dei capoluoghi emiliani ben superiore a quello delle tre province romagnole, in particolare di Rimini, Forlì e   Fa meglio Ravenna.  Andando poi a vedere la composizione del v.a. per settore si scopre che, in Emilia, l’industria pesa di più. Potrebbe essere questa la spiegazione ?  Nel caso, la Romagna, dove la manifattura è meno presente, si deve rassegnare a restare un passo indietro, oppure dovrebbe mettere in campo politiche e misure per recuperare questa gap strutturale?  Eventualmente quali?

 Noi siamo convinti che la Romagna, a partire dal suo tessuto imprenditoriale, abbia delle grandi potenzialità. Il nostro territorio e il suo futuro sono al centro di tutti i ragionamenti di Confindustria Romagna e con questa idea abbiamo capito che la dimensione di piccole province e di piccole associazioni non era più adeguata ai nuovi tempi. Per ciò ci siamo uniti in un’unica realtà che a distanza di due anni oggi opera con successo. Con la stessa convinzione stiamo lavorando per la formazione della Fondazione Romagna, un organismo di cui facciano parte gli imprenditori, gli amministratori locali, i ceti produttivi, i manager di utilities, scuola, università, sanità. Con l’obiettivo di ampliare l’idea di un territorio aperto al mondo, proiettato al futuro e consapevole del suo passato. Una Romagna pensata come un’unica città, che si muove come un corpo unico, innovativa e in grado di competere a livello mondiale

 Nonostante l’aumento dei disoccupati le imprese, dal turismo alla manifattura, lamentano la difficoltà a trovare le figure giuste per le loro necessità.  Ciononostante  è evidente l’assenza di una politica locale per il lavoro e non è ben chiaro, depotenziate le province, chi dovrebbe farsene carico.  Il problema è così sentito che alcune imprese si stanno attrezzando da sole ed addirittura hanno preso l’iniziativa di rivolgersi direttamente all’Assessorato regionale competente.   Non crede che si debba costruire un “luogo”, dove imprese, istituti di formazione e istituzioni, trattano questi argomenti, che sono uno degli ostacoli alla crescita ?

 La difficoltà d’incontro tra domanda ed offerta nel mondo del lavoro non è un fenomeno solo locale. Un problema dovuto probabilmente anche dal fatto che ancora c’è troppo distanza fra scuola ed imprese. A questo poteva dare risposta l’alternanza scuola lavoro su cui anche il nostro ente per la formazione Assoform Romagna sta lavorando da anni con varie iniziativa intraprese sia con le scuole del territorio sia con altre di fuori provincia. Purtroppo il depotenziamento che è stato messo in atto nei confronti di questo strumento non faciliterà le cose.

 L’Italia è il paese in Europa col minor numero di laureati. In Romagna, in particolare a Rimini, dove si laureano circa 1.500 giovani l’anno, la domanda di laureati da parte delle imprese è ai minimi (nel 2017, secondo l’indagine Excelsior, nelle tre province della Romagna oscillano tra il 5 e l’8% delle assunzioni, quando la media nazionale è 11%). Non è una prospettiva allettante per le famiglie e i giovani che investono in formazione.

Cosa propone Confindustria Romagna  per risolvere questo innegabile deficit ?

 Come imprenditori siamo convinti dell’importanza di avere nelle nostre aziende più laureati che riteniamo una risorsa fondamentale in azienda. Le percentuali più basse rispetto ad altre province forse si deve anche al fatto che abbiamo una densità minore di imprese del manifatturiero. Le aziende che assumono non mancano, ma spesso non trovano le figure specializzate necessarie, soprattutto nelle materie tecniche.

In questo quadro diventa sempre più determinante la presenza dell’università. Per averla è stato fatto un lavoro importante e significativo su cui dobbiamo continuare ad investire. Il polo universitario riminese ha un grande valore per la crescita culturale e professionale della nostra realtà e l’elevato bagaglio di conoscenze offerto, con un’ampia proposta formativa messo a disposizione delle aziende, è molto importante. Istituzioni, associazioni di categoria, imprese, realtà economiche e del mondo del credito devono quindi continuare a sostenerla perché l’università è una risorsa, un valore ed un bene di tutti.

 

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