"Chi non spera l’insperabile non lo scoprirà, poiché è chiuso alla ricerca, e a esso non porta nessuna strada"
ERACLITO (535-470 a.C)

settembre: 2017
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Una Rimini Valley ? Perché no.

Vyrus, Anaunia, Cereria Terenzi, Lucchi Elettromeccanica, Newster, che di recente hanno partecipato ad un incontro sull’innovazione promosso da CNA Industria di Rimini, probabilmente sono nomi che al pubblico non dicono molto.  Eppure sono piccole e medie aziende, raramente arrivano a cento addetti, che seppure toccati, a volte anche pesantemente, dalla crisi non hanno smesso di lanciare nuove sfide, con prodotti e servizi spesso originali e innovativi, magari di nicchia, ma molto apprezzati,  per mercati sempre più internazionali, vista la contrazione  e i limiti di quello nazionale. Ovviamente la lista delle imprese locali con queste caratteristiche è per fortuna molto più lunga e questo lascia ben sperare in una ripresa che riporti un po’ di ottimismo,  nel mondo economico come in quello del lavoro.

Spesso però le aziende, ricordando che quelle manifatturiere con più di venti addetti, in provincia di Rimini, sono appena centoquarantasei, devono agire da sole, con poco o nessun supporto pubblico.

Forse sarebbe il caso di verificare se i tanti bandi regionali di finanziamento alle imprese per l’innovazione, con una quota di partecipazione alle spese, danno effettivamente i risultati sperati, visto che un’azienda non può certo aspettare i bandi per decidere se investire o meno in un nuovo prodotto.  Se, al contrario, non sarebbe il caso di scegliere ben determinate filiere produttive  e investire massicciamente  nel loro sviluppo.  Ricordando, come ha di recente scritto Mariana Mazzucato, docente di economia dell’innovazione all’Università inglese di Sussex, che “la Silicon Valley è il risultato di imponenti investimenti pubblici diretti (non sussidi) lungo l’intera catena dell’innovazione, dalla ricerca di base e applicata, fino alla fase finale della commercializzazione”.

Contrariamente a chi crede fideisticamente nel mercato, sostenendo che basta “liberare” le aziende perché queste tornino magicamente ad investire, Compaq, Intel, Google e la Apple, tutte aziende americane,  non esisterebbero senza un grosso forzo pubblico.

Nel Polo universitario di Rimini, facente parte del nascente Polo Tecnologico, sono attivi due CIRI (Centro Interdipartimentale di Ricerca Industriale)  con due aree di specializzazione: Eco-design industriale, recupero rifiuti e ciclo di vita dei prodotti  e  Tecnologie innovative per la moda.

Per innovare quasi sempre la ricerca è indispensabile, ma non sempre impresa e ricerca universitaria si incontrano.  Non è la domanda a mancare, se è vero che una delle aziende sopra citate ha rapporti di collaborazione con una ventina di università, tra cui molte straniere, ma troppo spesso sono gli approcci che non coincidono. L’Università deve calarsi di più sul terreno delle imprese, per aiutarle a crescere ed essere competitive.  Su questo terreno Rimini sconta un deficit, che è soprattutto culturale, figlio di un turismo totalizzante (nell’immaginario più che nella realtà dei numeri): la mancanza di una facoltà di ingegneria, in particolare meccanica. Così tante imprese manifatturiere (motoristica, packaging,  macchine per il legno, ecc.)  devono rivolgersi altrove.  Ma ancora più grave è la mancanza di un coordinamento e di  una politica economica provinciale.  Il risultato è che gli sforzi che si fanno, che pure non mancano, rimanendo isolati  finiscono per produrre meno di quello che potrebbero.  Non una ragione per smettere, ma per fare meglio.

 

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