"Chi non spera l’insperabile non lo scoprirà, poiché è chiuso alla ricerca, e a esso non porta nessuna strada"
ERACLITO (535-470 a.C)

ottobre: 2017
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Una moneta chiamata bitcoin..

Pare che in provincia di Rimini ci sia una sola attività che  accetta come mezzo di pagamento i Bitcoin, mentre in Italia sono (a fine gennaio) un centinaio, di cui cinque in Emilia Romagna.  Poche settimane fa ha fatto notizia che nel Trentino un parrucchiere, una  pensione hanno cominciato ad accettarli. All’estero, soprattutto nei Paesi del Nord Europa, sono numerosi gli esercizi commerciali che accettano questa nuova modalità di pagamento (maggiori informazioni si possono ottenere su: coinmap.org oppure su www.bitcoin-italia.org).

Qualcuno, lo dice espressamente, lo ha fatto per “mettersi in mostra”  e probabilmente c’è riuscito. Per qualcuno che entra nel sistema  c’è  anche chi se ne tira fuori come la Apple, che ha rimosso dai suoi iPhone e iPad  le applicazioni per i pagamenti elettronici perché  ritenuti al limite della legalità.

Una volta entrato nella rete del Bitcoin, con programmi che si scaricano gratis, ed ottenuto il Qr-code (il codice bidimensionale a forma di quadrato),  il cliente può pagare da un semplice telefonino.     Messa così e presentata come una nuova opportunità sembrerebbe facile.  Ma cos’è e chi gestisce questa nuova moneta virtuale (perché non esiste né in forma metallica, né come biglietto da tenere nel borsellino), che circola solo in internet,  ma non viene riconosciuta né dalla Federal Reserve americana, né dalla Banca Centrale Europea (BCE), anche perché non richiede una banca centrale?  Ora, siccome qualche esperto dice che il 2014 sarà l’anno del Bitcoin, sarà meglio capirci qualcosa.

La storia del Bitcoin ha inizio nel 2008, in piena crisi finanziaria, quando un gruppo di persone,  che si è presentato in rete con lo pseudonimo  di Satoshi Nakamoto,  ha lanciato l’idea, che piano piano ha cominciato a prendere piede.   Il Bitcoin è una moneta virtuale  che funziona sulla base di un protocollo peer-to-peer (alla pari),  simile ai sistemi utilizzati per scaricare e condividere i file online, quelli in cui ogni computer diventa un nodo della rete stessa: qui avvengono le transazioni e il “conio” della moneta.  Il Bitcoin esiste quindi grazie alla rete creata dai computer che utilizzano il software dedicato, non richiede un ente centrale che ne regoli il valore o che tenga traccia delle transazioni.

L’offerta di Bitcoin da mettere in circolazione avviene ad un ritmo stabilito, circa sei l’ora da  distribuire  in modo casuale tra i membri della rete: ritmo di immissione in rete che diminuisce nel tempo, fino a bloccarsi automaticamente, si prevede nel 2030 (ma alcuni dicono nel 2017), quando saranno stati raggiunti  21 milioni di pezzi.   Il pericolo d’inflazione della valuta è ritenuto minimo, perché non è previsto che possano essere effettuate nuove iniezioni di denaro da un ente come potrebbe essere una banca centrale.

Una volta che un utente è entrato in possesso di un Bitcoin (che può anche comprare  con valute reali su siti  dedicati, oppure ottenerlo come pagamento per vendite o servizi) può depositarlo in un portafoglio (conto)  virtuale e spenderlo sul web sui siti che accettano questo tipo di valuta.  Il portafoglio è basato su indirizzi bitcoin (chiavi pubbliche) e su una chiave privata, che serve per fare in modo che ogni pagamento sia autorizzato solo dall’effettivo proprietario di un dato conto.  Le transazioni avvengono senza dover pagare commissioni (l’utilizzo di carte di credito richiede spesso commissioni del 2-3%) o con spese molto basse.

Un sistema che risolverebbe, secondo i sostenitori, anche il rischio del furto dei dati on line, sempre più frequenti, soprattutto dei numeri delle carte di credito.  Un acquisto, utilizzando la nuova moneta virtuale,  funzionerebbe (e funziona, nelle attività che hanno deciso di aderire) così:  vai al supermercato, riempi il tuo carrello della spesa e passi, come avviene oggi, alla cassa.  Ma invece di dare la tua carta di credito per pagare, tiri fuori il tuo smartphone e fai una foto al QR code mostrato dal registratore di cassa.  Il QR code contiene tutte le informazioni necessarie per fare in modo che il cliente possa mandare Bitcoin a Target, al negozio, compreso l’ammontare della cifra. Fai clic su “conferma” sul tuo telefono e la transizione viene eseguita (compresa la conversione da euro  a Bitcoin, se non ne possedevi nessuno).

A questo punto il negozio può mantenere la cifra in Bitcoin o decidere di cambiarla in euro e il cliente è più tranquillo perché non ha dovuto mostrare nessuna carta di credito.

Se falsificare i Bitcoin pare sia impossibile (tutti i tentativi sono, al momento, andati a vuoto), non lo è altrettanto però rubarli.  Così è capitato, nel giugno del 2011, che un utente conosciuto come “All in Vain” vide scomparire dal suo portafoglio virtuale la somma di 25.000 Bitcoin, che all’epoca valevano circa 500 mila dollari (in euro un po’ meno). L’unico modo che avrebbe avuto per recuperare il proprio denaro virtuale sarebbe stato quello di annullare la transazione entro dieci minuti dal suo avvio. Ma si addormentò col computer acceso e non ci fu nulla da fare, perché i pagamenti in Bitcoin sono irreversibili.

Tra le critiche che vengono fatte al Bitcoin  c’è quella di favorire l’economia criminale e il terrorismo, sfruttando il fatto che i pagamenti vengono fatti in forma anonima.  I sostenitori smentiscono e replicano che il Bitcoin funziona come le mail e tutti i percorsi e gli scambi sono perfettamente tracciabili.

Più economica la critica che invece fa Paul Krugman, premio Nobel per l’economia, secondo cui per decretare il successo o meno di una moneta servono due condizioni: essere un mezzo di scambio  e  funzionare come riserva di valore, cioè mantenere  stabile  il potere d’acquisto (lo abbiamo visto, di recente in Argentina, dove tutti cercano di disfarsi della moneta locale e comprare dollari, perché questa perde valore di ora in ora).   Come questo secondo requisito possa essere mantenuto dal Bitcoin,  non governato da una Banca centrale che vigila sul suo valore, ma da un software non è, a detta di Krugman,  assolutamente chiaro.

Che il Bitcoin non sia proprio una moneta, ancorché virtuale, stabile  lo dimostrano i salti delle quotazioni  degli ultimi mesi: partito da meno di 15 euro per Bitcoin nel gennaio 2013, ad aprile aveva superato  200 euro, a luglio era ripiombato sotto i 70 euro, per balzare a novembre sopra i 1000 euro, pare per i massicci acquisti prevenienti dalla Cina, dove si trova la principale borsa di Bitcoin (BTC China) e dove le operazioni di cambio fra renminbi e moneta elettronica valgono il 21 per cento di tutte quelle condotte in Cina, contro il 6 per cento appena  realizzate con l’euro.  Qualcuno aggiunge anche la ricaduta della chiusura di Silk Road, il mercato nero più celebre su internet, che avrebbe obbligato  tanti a spostare i loro conti altrove (da qui l’accusa al sistema Bitcoin di essere un riciclatore di denaro sporco).

A fine gennaio 2014  il valore di un Bitcoin era sceso a circa 600 euro, meno di novembre ma pur sempre quaranta volta il valore d’inizio anno, tanto d’aver fatto gridare alla prossima bolla finanziaria  pronta a scoppiare.

In conclusione, il Bitcoin ha dimostrato di essere, fino ad oggi, piuttosto volatile, dove è possibile perdere cifre importanti, se alcune operazioni vengono fatte nel periodo sbagliato.  Quindi valutare bere le opportunità ma anche i rischi che si corrono  ad entrare nella rete Bitcoin.

 

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