Trent’anni di Fondazioni bancarie: a Rimini erogazioni al minimo

A trent’anni dalla legge “Amato-Carli” che innovò il sistema creditizio italiano e sancì la nascita delle fondazioni bancarie, la Fondazione Cassa dei Risparmi di Forlì ha organizzato, a fine novembre scorso, un convegno in streaming dedicato a “Le fondazioni dalle origini al futuro”.

La legge, che avviò una vasta campagna di privatizzazione delle banche pubbliche di proprietà del Ministero del Tesoro, per le Casse di Risparmio prevedeva una separazione più netta tra attività socio-assistenziale, che molte di loro praticavano, e quella più tipica di una banca commerciale, che gestisce i risparmi ed eroga il credito.

Accade così che alle Fondazione vennero conferiti tutti i pacchetti azionari delle Casse di Risparmio locali, nel frattempo trasformate in società per azioni, che in seguito avrebbero dovuto rivendere, uscendo dalle Casse di riferimento ed incassando i proventi, dalla cui gestione ricavare il sufficiente per funzionare e finanziare attività socio-economiche dei rispettivi territori.

Il primo passaggio fu relativamente facile, tanto che spuntarono ben 88 fondazioni, ma il secondo si realizzò con molte declinazioni locali. Perché oltre all’economia c’entrava la gestione di una bella fetta di potere locale. E si sa che il potere ha il suo fascino e le sue convenienze.

Nacque così, nel luglio 1992, la Fondazione Cassa di Risparmio di Rimini, che con il 71 per cento delle azioni diventa proprietaria di Banca Carim. Che vuol dire decidere chi la governa e come.

La storia di Banca Carim è nota: sopraffatta dalle perdite, per troppi crediti concessi a chi non ne aveva merito, nel settembre 2018 passa, con una operazione elegantemente denominata “fusione per incorporazione”, di fatto una annessione bella e buona a prezzi di saldo, a Crédit Agricole e della banca si perderà traccia. Speriamo non la memoria.

 Ma se la banca di riferimento finisce così male è difficile sostenere che chi ne deteneva le leve del comando, cioè la Fondazione Carim, dove sedeva tutta la società locale che conta, le abbia utilizzate bene.

Non finisce qui. Perché persa la banca il territorio deve rinunciare anche a sostanziose risorse economiche, che vogliono dire investimenti, economici e sociali. Tutto questo come conseguenza  di una pessima gestione anche della Fondazione.  Il cui patrimonio netto (si riferisce ai mezzi propri della Fondazione) crolla dai 137 milioni di euro del 2010, quando raggiunge il massimo, a 11 milioni di oggi.

Per un confronto si tenga presente che nello stesso arco di tempo il patrimonio netto della Fondazione Cassa dei Risparmi di Forlì sale da 428 a 460 milioni di euro e quello della Fondazione Cassa di Risparmio di Ravenna, per restare in Romagna, da 152 passa a 167 milioni di euro.

Patrimonio che consente alla prima di erogare, nel 2019, sul territorio 11,5 milioni di euro, alla seconda 3,5 milioni, mentre la Fondazione Carim  va poco oltre le 200 mila euro.  Cioè 57 volte meno di Forlì e 17 volte meno di Ravenna. 

Qualche numero di dettaglio per rendere ancora più evidente le conseguenze della distruzione di valore operata dalla locale Fondazione, che destina (bilancio 2019) all’assistenza anziani zero euro, quando a Forlì sono disponibili 500 mila euro e Ravenna 516 mila euro; zero euro anche per la ricerca&sviluppo, a fronte di 1,3 milioni di Forlì; per lo sviluppo locale 26 mila euro a Rimini, contro 2,1 milioni di euro di Forlì.

Questo in una provincia che degli investimento in ricerca e sviluppo ne avrebbe bisogno come il pane.