"Chi non spera l’insperabile non lo scoprirà, poiché è chiuso alla ricerca, e a esso non porta nessuna strada"
ERACLITO (535-470 a.C)

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Suolo bene comune

Ogni giorno, dal 1976 al 2003, in Emilia Romagna il suolo urbanizzato è cresciuto di 82 mila metri quadri, circa dodici volte Piazza Maggiore di Bologna. Ogni giorno.

Scriveva il naturalista Brower: Non ereditiamo la terra dai nostri padri: la prendiamo in prestito dai nostri figli. Quindi ci vuole molta attenzione.  Il suolo è una risorsa esauribile. La superficie delle terre emerse, mentre la popolazione continua ad aumentare (da poco abbiamo superato i 7 miliardi di abitanti sulla Terra), è spazialmente limitata. Ancor più limitata la superficie di quelle aree fruibili per impedimenti climatici, morfologici o ambientali. Il suolo è una risorsa scarsa. Se poi aggiungiamo che con il suolo si producono beni e servizi (cibo, controllo idrologico, sequestro di CO2, etc.), oppure che il suolo concorre a produrre beni sociali (es. casa, fruizione ambientale, aggregazione sociale, etc.) o beni ambientali in quanto è il vitale sostentamento della vegetazione e del mondo animale e quindi degli equilibri ecologici, della biodiversità, etc., allora diventa più chiaro che parlare di suolo come bene comune non è una definizione fuori posto.  Il suolo concorre al benessere di tutti, quindi è giusto che il suo uso sia in qualche modo regolato da una istituzione pubblica nell’interesse della collettività.

Già in passato ci siamo occupati di urbanizzazione e consumo del suolo in provincia di Rimini, sottolineando un paradosso che apre qualche interrogativo sul modo in cui è stato utilizzato,  se il risultato è un contemporaneo aumento del numero delle abitazioni e dei richiedenti casa.

Alla data dell’ultimo censimento del 2001,  in provincia di Rimini c’èrano 107 mila abitazioni per 107.228 famiglie. Un sostanziale pareggio.  Ma esistevano anche 26 mila abitazioni, una su cinque, non occupate (molte delle quali probabilmente utilizzate per fini turistici, quindi per brevi periodi).

Dal 2002 al 2009, sempre in provincia (senza l’Alta Valmarecchia),  le famiglie sono aumentate di  22 mila unità, mentre venivano rilasciati poco meno di 18 mila permessi per costruire nuove abitazioni.  Quando saranno resi pubblici i dati del censimento 2011 avremmo una foto più precisa ed omogenea, ma da questi dati emergerebbe un apparente ritardo, accumulato nel decennio passato, nella offerta di abitazioni per le nuove famiglie. Ritornando però al numero delle abitazioni non occupate, si vede chiaramente che il margine di disponibilità è ancora ampio. Sempre che le abitazioni non occupate siano del tipo e prezzo raggiungibile da una famiglia giovane o da una di immigrati, da dove viene il grosso della nuova domanda.  Nel caso l’incontro tra nuova domanda e abitazioni esistenti, ma vuote, non fosse possibile è chiaro però dove orientare le politiche abitative, quindi la destinazione dei suoli residui.

Al riguardo, l’ultimo rapporto ISPRA-Ministero dell’Ambiente sulla “Qualità dell’ambiente urbano”, nel capitolo dedicato al consumo del suolo nelle aree urbane ci informa che nel Comune di Rimini, dal 1998 al 2007, la superficie impermeabile  (comprende il suolo occupato dalle abitazioni, ma anche strade, ecc.) è salita da 2.796 ettari a 3.075 ettari, con un aumento per l’intero periodo del 10 per cento.  Nello stesso decennio, la superficie impermeabile di Forlì è cresciuta del 16 per cento, di Bologna del 10 per cento, di Modena del 14 per cento e di Reggio Emilia dell’11 per cento, quando la media italiana è salita del 15 per cento.

In termini di percentuale sul totale dell’area comunale la superficie impermeabile rappresenta il 23 per cento nel comune di Rimini, il 16 per cento a Forlì, il 36 per cento a Bologna e il 22 per cento a Modena.  Percentuali importanti, ma lontane dal 55 per cento di Torino e dal 61 per cento di Milano.

Anche se poi, dovuto ad una maggiore densità della popolazione urbana per chilometro quadro,  la superficie impermeabile per residente nel comune di Torino è di 79 metri quadri e   Milano 86 metri quadri, mentre a Reggio Emilia  sale a 252, a Modena  221, a Bologna 137,  a Ravenna  580, a Forlì di 318  e a Rimini di 222 metri quadri pro capite,  a fronte di una media nazionale di 323 metri quadri.  Per abbassare questo indice, e non consumare altro suolo, non resta quindi che costruire città più compatte e dense,  cioè con più abitanti sulla stessa unità di superficie. Insomma, palazzi più alti e fitti.

Ma i problemi non finiscono qui, perché il suolo di Rimini soffre di consumo ma anche di erosione e di subsidenza, senza parlare del rischio sismico.

Per quanto riguarda l’erosione costiera, i ripetuti prolungamenti dei moli del porto di Rimini (in particolare l’ultimo realizzato nel 1925 con un avanzamento del molo sud di circa 400 m) hanno bloccato il flusso delle sabbie litoranee, diretto da sud verso nord, ed alterato l’assetto della costa per molti chilometri. La spiaggia a sud dei moli è, infatti, costantemente avanzata (circa 50-60 m negli ultimi 20 anni), ad esclusione del tratto prossimo al molo sud di Rimini dove l’arenile, dopo un accrescimento continuo fino agli anni ’90, è rimasto pressoché stabile. La spiaggia a nord dei moli, non più alimentata, è entrata in erosione.

Il fenomeno della subsidenza (abbassamento del suolo) è invece essenzialmente connesso a cause sia naturali sia di tipo antropico (causate dall’uomo), tra cui l’eccessivo prelievo di acqua dalle falde nel periodo di massimo sviluppo dell’industria turistico-balneare. Infatti, mentre nel periodo 1889-1950, la velocità di abbassamento per cause naturali è stata di 3 mm/anno, tra il 1950 e il 1970 si è passati a 4,6 mm/anno. Successivamente, gli ingenti emungimenti hanno innescato un processo di compattazione che ha determinato, nel periodo 1970-1990, abbassamenti del livello topografico dell’ordine di 23,4 mm/anno.  Per fortuna, negli ultimi decenni il fenomeno ha subito un rallentamento, anche a seguito della riduzione dei prelievi idrici.

Suolo urbanizzato in provincia di Rimini

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