"Chi non spera l’insperabile non lo scoprirà, poiché è chiuso alla ricerca, e a esso non porta nessuna strada"
ERACLITO (535-470 a.C)

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Stessa spiaggia, nuovi gestori?

di Domenico Chiericozzi

Il nodo è venuto al pettine. Anzi. Tra ombrelloni, lettini e cabine. L’Unione europea ha detto stop al “diritto d’insistenza” per i titolari delle concessioni degli stabilimenti balneari. Previsto dall’articolo 37 del nostro Codice della Navigazione, il diritto d’insistenza violerebbe la Direttiva Ue 2006/123/CE che prevede parità di opportunità d’impresa per tutti gli operatori all’interno degli stati membri. Fino ad ora il titolare di una concessione godeva, in sede di rinnovo, di una “preferenza”. Da ora in poi, no. Cosa cambia? Alla concessione del servizio potranno concorrere tutti e le procedure avranno evidenza pubblica. La corsa per evitare che le spiagge vadano all’asta è già iniziata. E i bagnini sono preoccupatissimi. Ma indietro non si torna. I Tribunali italiani, infatti, si sono già allineati alla normativa europea. Per adeguarsi, un po’ di tempo c’è. La scadenza ottenuta dal Governo italiano presso l’Unione europea è il 31 dicembre 2012.
La vicenda appare, ancora una volta, l’occasione giusta per dibattere su quale modello di spiaggia adottare. Vale la pena ricordare che giuridicamente la spiaggia è di tutti. Quindi, qualunque percorso s’intraprenda,  dovrebbe prevalere l’interesse pubblico e generale. Chissà se alla Biennale del turismo annunciata nei giorni scorsi e prevista a Rimini nel 2011, i calici saranno, per i bagnini, verso l’alto. Vorrebbe dire che l’accordo si è trovato. Ma non sarà facile. La partita per il Governo italiano è seria e delicata. Ma quale non lo è? In Italia sono circa 20mila le aziende a conduzione familiare interessate. Oltre cinquecento le concessioni nel Riminese, da Cattolica a Bellaria. Per dirla tutta, va evidenziato che l’Unione europea iniziò già nel 2000 a regolamentare il tema delle concessioni e dei servizi. All’epoca, è vero, non si parlò in maniera esplicita di stabilimenti balneari. Tuttavia questa parola, concessioni, non attirò più di tanto l’attenzione degli addetti ai lavori. Strano.

Il punto
Sgombera subito il campo da possibili equivoci Angelo Menozzi, rappresentante locale del Sindacato Italiano Bagnini aderente alla Confcommercio. “Se la scadenza della proroga sia 2012 o 2015 è un falso problema. Quello che ci spaventa è il dopo”.
Bicchiere mezzo vuoto per Giorgio Mussoni presidente di Oasi-Confartigianato, il principale soggetto rappresentativo della categoria dei bagnini nella provincia di Rimini. “A mio giudizio il principio sostenuto dall’Unione Europea è giusto, ma non applicabile alla nostra realtà perché in Europa non sanno neanche di che cosa si sta parlando visto che non ci sono situazioni simili altrove. Dove erano i nostri europarlamentari mentre tutto ciò accadeva? Tutto questo è colpa della loro latitanza. Se dovesse passare – aggiunge Mussoni –  sarebbe la fine di un sistema che tra l’altro uscirebbe di scena senza alcun riconoscimento per il lavoro svolto in una vita. Dietro alle varie realtà ci sono certamente aziende, ma in primo luogo c’è una professionalità che non si acquisisce dall’oggi al domani”.
Non la pensa così il consigliere regionale riminese Stefano Casadei, l’unico ad aver votato contro la proroga ventennale delle concessioni auspicata dalla legge regionale del luglio 2009, poi impugnata dal Consiglio dei Ministri davanti al Consiglio di Stato. “Non sono contro le categorie interessate. Dico che la spiaggia ha un valore enorme. Nessuno considera mai l’utente finale. Attualmente vi è un oggettivo monopolio quando dalla spiaggia si potrebbero persino ricavare le risorse necessarie per tutti gli investimenti necessari alla riqualificazione, in primo luogo quella ambientale. Siamo una realtà capofila del turismo italiano. Riorganizzare, innovare questo comparto non toglierebbe niente a nessuno, anzi. Il mio timore non è tanto chi verrà sulle nostre spiagge dal 2013 in poi quanto chi farà le valutazioni delle proposte da allegare alla richiesta delle concessioni”. 
Attualmente l’art. 37 dice che “nel caso di più domande di concessione, è preferito il richiedente che offra maggiori garanzie di proficua utilizzazione della concessione e si proponga di avvalersi di questa per un uso che, a giudizio dell’ amministrazione, risponda ad un più rilevante interesse pubblico”. In futuro, quindi, il merito dovrà essere oggetto di maggiore valutazione. Chi se ne occuperà? L’Amministrazione? E non dimentichiamoci altre due parole chiave: interesse pubblico. Allarga il discorso Ivan Pizzagalli di Cna.com, struttura del mondo Cna dedicata a turismo e commercio.  “L’Italia non è tutta uguale. Il nostro territorio ha le sue specificità. Fare delle gare pubbliche finirebbe per agevolare solo chi ha grossi capitali. A mio avviso occorre che i Comuni abbiamo deleghe precise all’interno di una legge nazionale. Gli imprenditori vogliono regole certe entro le quali operare”.
Il timore per Angelo Menozzi è concreto. “Cosa faremo? Noi sappiamo fare solo questo! Il Governo ancora non ha attivato il tavolo di confronto necessario per riscrivere le nuove regole. Qui da noi non è come in altre aree d’Italia. E poi diciamolo francamente: per la maggior parte degli operatori non ci sono più i margini di guadagno di una volta. Non è possibile pensare a chissà quali investimenti”.
Giorgio Mussoni rincara la dose ricordando che “a un certo punto sarebbe una guerra tra poveri per aggiudicarsi le concessioni. Qui da noi i grandi gruppi non verranno mai. Guardate negli hotel! Ci sono?Non posso credere che non si troverà un modo per trovare una soluzione al problema”.

Canoni minimi rispetto al valore demaniale
Le concessioni in Provincia di Rimini sono 525. Nel 2006 il Comune di Rimini ha incassato circa 1,2 miliardi di euro. Mediamente circa 2500 euro a concessione con disparità macroscopiche tra le varie attività. Si va dalle 300 euro di un ristorante sulla spiaggia a oltre 7 mila di un bagnino in zona centrale. Affitto gratis, in pratica. Le dichiarazioni dei redditi dei bagnini sono sempre lì, a far notizia. Eppure, in uno stabilimento balneare possono esserci fino  a 300-500 mila euro di valore tra impianti ed attrezzature. E se passano di mano, arrivano a superare anche il milione di euro. Poi naturalmente dipende dalla zona e dalle dimensioni.  Dietro ai “bagnini” ci sono società di persone ma anche di capitali e i passaggi avvengono con cessioni di quote, dal commercialista e dal notaio di fiducia. Se ci fosse un “regolatore” pubblico, direbbe che il sistema presenta ampi margini di miglioramento.

Concludendo
Ora serve una legge del Governo compatibile con la volontà Ue. Poi toccherà alle Amministrazioni darsi da fare. Pare che il federalismo demaniale viaggi con il vento in poppa. Quindi le aree demaniali, oggi di proprietà dello Stato ma assegnate alle Regioni, presto passeranno in via definitiva ai Comuni. Inoltre, a parte qualche accorpamento, il mercato, da anni, è sostanzialmente fermo. L’ultimo tentativo serio per rilanciare, innovando il settore, è contenuto nel Piano Spiaggia del 2005. Che però è inapplicato e dorme sonni tranquilli nei cassetti dell’Amministrazione. Fu “bocciato” proprio dai bagnini. Chissà se tutto questo servirà a riesumarlo e riprendere il filo del discorso.

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