"Chi non spera l’insperabile non lo scoprirà, poiché è chiuso alla ricerca, e a esso non porta nessuna strada"
ERACLITO (535-470 a.C)

dicembre: 2017
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Start up: tra buoni propositi e incompetenze governative

di Giovanni Benaglia

Il nostro sarebbe uno Stato moderno se, nel legiferare, usasse la stessa onestà che con gran enfasi raccomanda ai suoi cittadini. Sarebbe comunque moderno anche se si limitasse a non rovinare quel che di buono ogni tanto fa. Entrambe le subordinate, però, sono pura utopia, o almeno così sembrerebbe a giudicare dalla vicenda della normativa sulle start-up innovative. Un passo indietro è doveroso per chi non è avvezzo della materia: sotto il regno del Governo Monti, il ministro Passera confezionò una legge per favorire gli investimenti nelle start-up innovative. Stranamente formulata in maniera chiara, si basava sull’idea che chiunque avesse finanziato queste aziende avrebbe ricevuto, in cambio, sgravi fiscali importanti. La sua pratica applicazione era demandata a un successivo decreto attuativo, che è stato poi emanato a gennaio 2014 per entrare in vigore a fine marzo 2014. E che cosa mi combina il legislatore, in questo decreto teoricamente solo esplicativo? Preoccupato forse della troppa chiarezza della norma introduce tre paletti che stravolgono l’impostazione iniziale e lasciano, di fatto, in mezzo al guado quegli imprenditori che, nelle more della definizione finale, si erano cimentati ad investire nell’innovazione, confidando sui promessi vantaggi fiscali.

Primo paletto: ciascun investitore non può superare il 30% di partecipazione nella start-up. Già qui facciamo fuori tutti quelli che, nel 2012, hanno creato una start-up detenendone la maggioranza o l’intera quota di partecipazione. Immaginate lo stupore del nostro innovatore che mette dei suoi denari nell’impresa, confidando nella promessa dei notevoli vantaggi fiscali e poi, nel 2014, scopre che non solo glieli disconoscono ma addirittura questo avviene in maniera retroattiva!

Secondo paletto: alla start up non si possono dare più di 2,5 milioni di euro di capitali all’anno. Lapalissiana prova d’ignoranza sul funzionamento di una nuova impresa. Magari gli imprenditori sapessero sin da subito quanti soldi devono investire nella nuova idea! Non occorre essere dei professori per sapere che in ogni nuova iniziativa imprenditoriale si parte con un budget e poi capita che questo si riveli insufficiente. Ma il buon senso non alberga nei nostri governanti: se si supera la soglia perdi comunque tutte le agevolazioni. In tal guisa, l’effetto sarà l’eutanasia di qualsiasi nuova attività innovativa. Agli avvocati d’ufficio non richiesti, che faranno notare che l’originaria norma stabiliva un limite, si risponderà che questo era posto in capo al singolo investitore e non alla società, e il beneficio comunque valeva fino a concorrenza della soglia. Adesso investire tanti soldi è una pura “penalità”: superato il limite, il beneficio cade per intero!

Terzo ed ultimo paletto: l’obbligo di fornire un dettagliato piano d’investimento.  Nascono una serie di interrogativi: cosa si intende con il termine “dettagliato”, che tipo di previsione fare, per quanti anni deve valere? E come accidenti si fa a prevedere, se non scomodando la preveggenza, un andamento del mercato se l’idea è innovativa? L’unica certezza è il contenzioso con l’Agenzia delle Entrate che non vedrà l’ora di disquisire sull’effettivo dettaglio del piano d’investimento presentato.

Di fronte a questo è inevitabile andare col pensiero alle belle parole dei nostri regnanti sull’importanza di fare impresa innovativa. Com’è d’uso, ormai, però rimangono tali a galleggiare nel mare delle belle intenzioni.

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