"Chi non spera l’insperabile non lo scoprirà, poiché è chiuso alla ricerca, e a esso non porta nessuna strada"
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Start up: intervista ad Alberto Onetti

di Stefano Rossini

Parliamo delle Start-up con Alberto Onetti – Professore Associato di Economia e Gestione delle Imprese presso l’Università dell’Insubria e Chairman di Mind the Bridge, una fondazione no-profit con sede a Milano e San Francisco che ogni anno organizza una Business Plan Competition con lo scopo di identificare le idee più innovative e i giovani più talentuosi.

“In questo periodo le start-up sono di moda, tutti ne parlano. Questo è da un lato un elemento positivo, perché la sopravvivenza del sistema Italia passa soprattutto per l’innovazione del comparto industriale. Dall’altro quando un fenomeno diventa di moda tutti ne parlano e si trasformano in esperti. Il rischio è quello di perdere di vista il cuore del concetto. Nonostante questo i fattori positivi superano di gran lunga quelli negativi”.

Come lavora Mind the Bridge? Come sono considerate le Start up in Italia?

“Mind the Bridge organizza tutti gli anni una grossa competizione cui partecipano centinaia di piani. Il numero è in crescita. Ma non è questo il dato più significativo. Bisognerebbe cercare di capire dove vanno a finire questi progetti. Le start up, per loro stessa natura, hanno un alto tasso di mortalità. Sono tre gli ingredienti necessari per partire bene. Il primo è che sia recente, il secondo è che lavori con tecnologia innovativa, il terzo che abbia nel DNA l’ambizione di crescere. E’ necessario sognare in grande. Si sente spesso dire che l’Italia è il paese delle piccole imprese e che piccolo è bello. Bisogna però crescere, allargare gli orizzonti. Solo in questo modo è possibile dare vita ad una start up con buone probabilità di sopravvivenza”.

E’ un’attitudine che manca all’imprenditore italiano?

“Spesso agli imprenditori nostrani manca l’accettazione del rischio. In America, ad esempio, si dà per scontato che le imprese possono fallire. Di norma un bravo imprenditore è una persona che ha almeno un fallimento alle spalle, perché ha provato a creare qualcosa. Invece in Italia in molti preferiscono non partire se il rischio è troppo alto, oppure lavorano al minimo, senza investire, cercando di vivacchiare”.

Ci sono dei fattori vincenti?

“Il primo è la qualità dell’idea, il suo contributo innovativo. Poi una buona start up deve rivolgersi ad un mercato di grandi dimensioni, deve avere, cioè, delle ambizioni globali, non limitarsi al solo territorio italiano. Infine, il team che lavora nell’azienda deve avere da un lato una buona esperienza – in questo senso entrano in gioco anche precedenti attività – e dall’altro capacità multidisciplinari”.

Il turismo è un campo in cui si possono sviluppare nuovi servizi e prodotti tecnologicamente avanzati? E Rimini potrebbe essere una buona “location” per creare un incubatore di start up?

“Nuovi modelli di impresa si possono applicare ovunque. D’altronde essere imprenditore vuol dire saper guardare con occhi diversi, trovare nuovi modi per fare le cose e saper intercettare le ultime tendenze. Anche il turismo può essere un campo di applicazione per le start up, ci sono state imprese che hanno saputo innovarsi e hanno guardato al turismo globale, senza limitarsi al circondario. Da questo punto di vista è deleterio il classico stabilimento balneare che fa da cinquant’anni le stesse cose. Stesso discorso per gli incubatori, possono nascere tranquillamente a Rimini, ma se vengono avviati senza addentellati internazionali sono già morti in partenza. Il motore deve essere locale, ma l’orizzonte internazionale”.

A proposito di Rimini, uno dei vincitori di quest’anno del concorso di Mind the Bridge è proprio un ragazzo romagnolo al cento per cento. Daniele Alberti (già intervistato su queste pagine) è stato selezionato insieme ai suoi soci per andare a San Francisco come rappresentante della sua azienda Vinswer.

“Siamo molto contenti – dichiara Daniele – e speriamo che questo dia slancio alla nostra impresa. Andrò a San Francisco proprio a febbraio. Un’esperienza del genere fa la differenza. Purtroppo in Italia gli incubatori mancano di un elemento fondamentale, e cioè di essere inseriti in un acceleratore commerciale, cioè una grande industria che fa crescere la start up al suo interno, garantendo subito visibilità e contatti. Un accordo che porta vantaggio sia ai piccoli, che ne guadagnano facendosi conoscere, sia ai grandi, che sfruttano le idee innovative dei più giovani”.

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