"Chi non spera l’insperabile non lo scoprirà, poiché è chiuso alla ricerca, e a esso non porta nessuna strada"
ERACLITO (535-470 a.C)

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Start up in riva al mare: Rimini potrebbe…

Sono definiti Ecosistemi per start up, o anche Hub come certi aeroporti,  quei luoghi fisici, una regione, una capitale, una valle, ecc., dove per una serie di combinazioni si verifica la concentrazione di nuove imprese, promosse da nuovi imprenditori, particolarmente innovative le prime e brillanti i secondi.

Startup Ecosystem Report 2012, appena uscito, ne ha  indagati venti in tutto il mondo (Silicon Valley, Boston, Tel Aviv, Bengalore, Singapore, Santiago del Cile, Londra, Parigi, Berlino, ecc.) da cui è possibile prendere una serie di utili indicazioni per la costruzione, prevista dal Piano strategico di Rimini, di un Incubatore internazionale per prodotti e servizi turisti di avanguardia  per il  mercato globale.  Turismo mondiale, che nonostante la crisi, continua a crescere avendo da poco superato, per la prima volta, il miliardo di viaggiatori, mentre sulla scena irrompono nuove capitali mondiali del turismo, come Hong Kong e Singapore,  al primo e secondo posto, rispettivamente con 21,8 e 19,8 milioni di arrivi nel 2011, entrambe con incrementi vicini al 9 per cento rispetto al 2010, mentre Roma si ferma, con 6 milioni di ospiti stranieri, al 18mo posto (Top 100 Cities Destination Rankings, edito da Euromonitor International).

In questo panorama, cioè sul terreno dell’innovazione nel e per il turismo, Rimini, quarta provincia d’Europa per capacità ricettiva e  seconda, dopo Blackpool, per densità dei posti letto (posti letto/km2), può giocare un ruolo di primo piano.

Ovviamente quando si parla di start up il punto di riferimento per tutti, una sorta di faro, è e resta Silicon Valley, in California, (USA) che presenta la migliore combinazione di fattori che favoriscono il successo, costruito in oltre mezzo secolo di vita: concentrazione di capitale di rischio (venture capital), alta densità di imprenditori tecnologici e ingegneri, Università che laureano ogni anno tanti giovani pieni di idee, un sistema che premia orgogliosamente il merito e che riconosce l’intelligenza e il duro lavoro, l’attitudine alla collaborazione per la realizzazione di prodotti inediti  e soprattutto l’idea che da quel posto si può cambiare il mondo attraverso la leva dell’innovazione.   Trasformando una idea, che costa relativamente poco,  in un progetto d’impresa che realizza quel prodotto.

Il profilo dell’imprenditore tipo delle start up della Silicon Valley, un’area di 7 milioni di abitanti,  da già una idea del clima che si respira: età media 34 anni, nove imprenditori su dieci sono maschi, per ogni studente che abbandona ce ne sono 2,5 con un master o un dottorato di ricerca, il 56 per cento sono imprenditori seriali (hanno creato, cioè, più di una impresa), nel team delle start up uno su sei non ha qualifiche tecniche, lavorano in media dieci ore al giorno, sono fortemente motivati dalla realizzazione di nuovi prodotti, ma interessati anche al cambiamento che produrranno, preferiscono aprire nuovi mercati piuttosto che dedicarsi a scovare nicchie in quelli esistenti, tutti vivono sul posto, l’investimento medio per start up è superiore a due milioni di euro, che per un terzo viene dai venture capital, un altro terzo da autofinanziamento, più amici e parenti, un quarto dai business angels (finanziatori individuali), il resto dagli incubatori e appena l’1 per cento dalle banche.

La start up in genere inizia con meno di due persone, poi lentamente cresce, fino ad arrivare ad una media di 34 occupati a tempo pieno nel momento di lanciare il nuovo prodotto sul mercato.

Ricordiamo che sono nate in Silicon Valley, tra gli altri: Google, Apple, Facebook, Twitter, Quora, AirBnb.

Tutte le altre realtà sparse per il modo cercano di imitare Silicon Valley, adattandola alle varie  condizioni specifiche. Per esempio, nell’Ecosistema Startup di Parigi i nuovi imprenditori, rispetto alla Silicon Valley, hanno circa la stessa età ma sono meno seriali e sono più motivati dal prodotto che dall’impatto che metteranno in moto.  A Berlino addirittura sono più giovani, rarissime le donne, in tanti hanno un master o un dottorato, anche qui motivati dal prodotto più che per le sue ricadute, le fonti di finanziamento sono prevalentemente le banche e gli acceleratori d’impresa, mentre mancano venture capital e business angels.

In sostanza, non c’è un modello unico e precostituito di Ecosistema per start up. C’è un riferimento,la Silicon Valley, ma poi ci sono gli adattamenti. On un altro esempio, quello cileno, è il Governo ad investire nel programma Start up-Cile. A Trento è invece la Provincia a guidare il processo.

Esistono collegamenti significativi tra ecosistemi imprenditoriali e contesto. Accade a New York, San Francisco, Berlino e San Pietroburgo con l’arte e la musica; a Londra, Hong Kong e Singapore conla finanza. Testimonianzache l’innovazione non nasce nel vuoto. L’innovazione accade quando tecnologia e società interagiscono.

Rimini, anche da queste esperienze, può allora essere il luogo più adatto per far nascere un ecosistema imprenditoriale favorevole a start up orientate a prodotti e servizi per il turismo internazionale. Per il momento c’è l’idea ma manca ancora una chiara volontà  di realizzarlo e i finanziatori disposti ad investire.

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