"Chi non spera l’insperabile non lo scoprirà, poiché è chiuso alla ricerca, e a esso non porta nessuna strada"
ERACLITO (535-470 a.C)

ottobre: 2017
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Start-Up: con l’incubatore è più facile !

Due mesi fa su queste pagine, Alberto Onetti di Mind the Bridge descriveva le start-up e le difficoltà che hanno molte aziende italiane ad affrontare un rischio di impresa, soprattutto nella fase iniziale della loro esistenza. Proprio quando un’impresa dovrebbe puntare in alto e investire grandi capitali per un ritorno non immediato, si preferisce navigare a vista e cercare di contenere le spese. Le critiche di Onetti, sicuramente ficcanti per un sistema economico anglosassone, sono però difficili da recepire in una realtà come quella italiana in cui oggigiorno non è semplice reperire liquidi e i rischi di impresa diventano uno scoglio che si preferisce aggirare invece che affrontare.

Lo strumento migliore, in questi casi, sono gli incubatori di impresa. In attesa e nella speranza che possa essere attivato anche nella nostra provincia (Ruggero Frezza dell’incubatore M31 di Padova aveva dato la sua disponibilità già un anno fa in occasione di una sua visita a Rimini) Giuliano Barbaro, amministratore di CenterVue, azienda leader padovana nella progettazione di avanzati sistemi diagnostici che permettono lo screening di malattie sistemiche e specialistiche oculari, ci racconta l’esperienza della sua azienda con M31.

Come è nato il rapporto tra CenterVue e M31?

“M31 partecipa alla storia di CenterVue da prima della sua nascita. Nel 2007 io ed altre persone abbiamo deciso di dare vita ad un’impresa di progettazione di strumenti diagnostici. Conoscevamo già M31 e la collaborazione è partita subito”.

In che modo l’incubatore ha contribuito alla nascita della vostra impresa?

“Già dall’inizio ci hanno incoraggiato e dato fiducia. Nella prima fase operativa ci hanno affiancato manager senior che ci hanno dato tutto il supporto necessario per affinare il business plan e dare una struttura solida all’azienda. In effetti questo è stato un passo molto importante. Di tutto il gruppo di fondatori io ero l’unico over 30. Quindi erano per la maggior parte persone con molte idee ma poca esperienza del mondo aziendale. In questo periodo M31 ci ha aiutato nella focalizzazione delle scelte strategiche, delle politiche aziendali e della gestione finanziaria”.

E poi siete arrivati alla nascita di CenterVue.

“Sì. Sempre M31 ha trovato un partner industriale che avrebbe messo la parte maggiore del capitale. Il primo presidente di CenterVue è stato un socio di M31 e anche nel consiglio di amministrazione ci sono parecchi membri dell’incubatore che, nel primo periodo, deteneva la maggioranza relativa dell’azienda, il 42%”.

In quali modi l’incubatore vi ha aiutato a partire?

“Oltre a quelli già citati, e cioè assistenza, ricerca di partner e partecipazione al consiglio di amministrazione, M31 ci ha trovato la sede, servizi di segreteria, amministrazione, etc. Inoltre, dopo la nostra azienda, nata ad aprile 2008, M31 è stato incubatore per altre realtà tecnologiche, e questo ha creato una rete di relazioni feconde che continuano tutt’oggi”.

Qual è il futuro dell’incubatore all’interno di CenterVue?

“Una volta avviata un’impresa l’incubatore deve uscire di scena. Ed è quello che M31 sta facendo. Ha già ridotto parte della propria partecipazione vendendo alcune quote dell’azienda. E tra l’altro, grazie a questa vendita, l’incubatore rientra del capitale investito – anzi, ne guadagna – in modo da poter dare vita a nuove realtà”.  Insomma l’incubatore è un sistema che, una volta a regime, crea ricchezza dando vita a realtà imprenditoriali che creano ricchezza di cui lei stessa partecipa e reinveste in nuove aziende.

Qualche nota dolente?

“Non sempre è funzionante il rapporto tra l’incubatore e l’università. Purtroppo vige ancora la mentalità secondo cui sporcarsi le mani col lavoro è una scelta di serie B, gli atenei, una volta conseguito il dottorato, vedono come unica strada prestigiosa la ricerca. Si dovrebbe entrare un po’ di più nell’ordine delle idee che il lavoro non è una strada secondaria e quasi di cui vergognarsi rispetto alla ricerca pura”

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