"Chi non spera l’insperabile non lo scoprirà, poiché è chiuso alla ricerca, e a esso non porta nessuna strada"
ERACLITO (535-470 a.C)

settembre: 2017
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Soldi pubblici, alla Romagna solo le briciole

di Alessandra Leardini

Riusciranno, Rimini, Forlì-Cesena e Ravenna, a combattere meglio il “centralismo emiliano” una volta unite? Di certo, quello che fino ad oggi è arrivato, dalla giunta regionale, alle tre province romagnole, sono solo briciole se paragonate al totale. “Di tutti i finanziamenti regionali e di tutti i fondi europei e nazionali che passano attraverso la Regione, negli ultimi anni alla Romagna è arrivata una media inferiore al 10%”. Numeri che parlano da soli quelli illustrati da Bonfiglio Mariotti nel suo Dossier Romagna. Un approfondimento su “dove finiscono i soldi della Regione”, che in tempi di riorganizzazione delle autonomie locali, diventa quanto mai attuale.

Nella gestione dei servizi pubblici e ambientali, un tempo materia delle care vecchie municipalizzate, Mariotti cita il caso Hera nel cui CdA “su 18 membri solo 5 provengono dal territorio romagnolo”, e l’Università in un capitolo interamente dedicato ai “saperi non consolidati della Romagna”. Un esempio lampante è la rete dei tecnopoli, i centri per l’innovazione: “Su 80 milioni di euro erogati nel 2011– spiega – a noi è arrivato il 9%”. Ma anche il turismo dove la Romagna dovrebbe fare la parte del leone, in realtà, stando alla ricerca, si prende solo i resti. “Sebbene insieme a commercio e servizi rappresenti oltre il 60% del Pil regionale, su una torta di 221 milioni di interventi per lo sviluppo regionali, ha ricevuto solo l’11% contro il 55,8% dell’industria”. Altra nota dolente la mobilità. Nel consuntivo del Piano regionale dei trasporti 98/2010, “mentre in Emilia sono state realizzate il 15,8% delle opere stradali previste, in Romagna è stato fatto solo l’1,8%”.

Morale della favola, “se avessimo avuto in quarant’anni gli stessi soldi che ha avuto l’Emilia non solo avremmo potuto rifare le fogne ma anche la nostra industria sarebbe forte come quella emiliana”. Colpa solo dei decisori bolognesi? Non solo. “I romagnoli che vengono eletti in consiglio o in giunta regionale devono fare gli interessi della Romagna, non dei partiti” avverte Mariotti. Ma invertire la rotta è possibile. Nel libro l’imprenditore individua in un nuovo “cluster” economico romagnolo una possibile forma di riscatto. L’invito va a istituzioni, imprese, enti governativi e università affinché lavorino per un’unica causa: fare sistema per valere di più nelle stanze che contano.

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