Sistemi economici locali: Romagna in affanno, ride l’Emilia

Si intende per sistema economico locale una unità territoriale identificata da un insieme di comuni contigui legati fra loro da flussi di pendolarismo. In pratica stiamo parlando di comuni che diventano, in virtù delle imprese e delle attività presenti, un polo di sviluppo economico locale, ed in quanto tali capaci di attrarre flussi di manodopera dai comuni vicini, anche da altre regioni, come si trattasse di un sistema integrato. Sistemi non programmati, ma che lo diventano di fatto.

Le informazioni si riferiscono al 2019, l’ultimo anno normale prima che la pandemia sconvolgesse anche l’economia.

I dati non sorprendono, almeno chi segue certi argomenti e rifugge dalla propaganda spicciola, perché confermano una verità piuttosto intuitiva: non tutti i sistemi economici locali producono lo stesso valore (ricchezza), perché diverse sono le imprese e le attività presenti; i salari sono più alti dove la produzione di valore è maggiore. Potremmo aggiungere anche le pensioni.

Dal confronto tra sistemi economici locali regionali emerge poi un’altra verità: in Romagna nessun sistema locale raggiunge i livelli di quelli emiliani.

Taluni raffronti sono persino impietosi: Rimini, riconosciuto distretto turistico, ogni addetto (dipendente e autonomo, a tempo pieno o parziale) produce un valore aggiunto di 39 mila euro, quando Sassuolo, distretto della ceramica, supera 75 mila euro. Quasi il doppio.

Tutti gli altri sistemi emiliani non scendono sotto i 50 mila euro di valore aggiunto per addetto, quando in Romagna solo Ravenna e Cesena si avvicinano a questi livelli.

Siccome, per la maggioranza dei sistemi locali regionali, la quota del valore aggiunto che va alla retribuzione degli addetti è, salvo eccezioni, intono al 40 per cento, la conseguenza è facilmente immaginabile. Dove si produce più valore, che vuol dire avere a disposizione una torta più grande, anche i salari sono più alti.

Infatti se un dipendente prende in media 23 mila euro lordi a Rimini, Cattolica e Novafeltria, un po’ meno a Riccione, a Sassuolo si avvicina a 35 mila euro, superando persino Milano, mentre gli altri sistemi economici emiliani oscillano intono a 30 mila euro.  

A determinare questa differenza è principalmente il settore turistico, dove lavorano, per brevi periodi tante persone (30 mila circa a Rimini), producendo, però, un valore aggiunto per occupato che è meno della metà di quello del settore industriale: per il sistema Rimini 22 mila a fronte di 51 mila della sua stessa industria locale.

Ma nemmeno i turismi non sono tutti uguali. A Venezia, con un turismo di matrice più culturale, rispetto al sole&mare della riviera, il valore aggiunto del settore “alloggio e ristorazione” sale a 35 mila euro.

Valore che gli consente di offrire, ai propri addetti, una retribuzione lorda annua di 21 mila euro, quando un pari riminese deve accontentarsi di 15 mila euro. Che è quasi la metà di quanto paga l’industria locale: 28 mila euro.

In chiusura: siccome i sistemi economici locali sono diversi, anche gli stipendi e le opportunità lavorative (di impiego, carriera, extra benefit, ecc.) che offrono non sono le stesse.

A questo punto ci sono due possibilità: i territori con sistemi economici che producono meno ricchezza si accontentano, oppure prendono atto della situazione e trovano un cammino per introdurre misure capaci di riequilibrare, almeno nel medio periodo, le differenze. Al momento sembra prevalere, non è chiaro quanto consapevolmente o per inerzia, la prima opzione.

L’ambizioso progetto di Romagna Next, lanciato nel novembre scorso, sulla scia dell’omonimo Next Generation UE, che vede il Comune di Rimini come capofila e mira a “fare della Romagna un primo “laboratorio” nazionale di pianificazione strategica interprovinciale” dovrebbe occuparsi di ridurre queste differenze. Il tempo dirà.