"Chi non spera l’insperabile non lo scoprirà, poiché è chiuso alla ricerca, e a esso non porta nessuna strada"
ERACLITO (535-470 a.C)

settembre: 2017
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Senza impresa non c’è lavoro

Le ultime statistiche, che risalgono a luglio scorso, assegnano alla provincia di Rimini la nascita, dal 2012 quando è stata emanata la legge in loro favore, di 11 start up (nuove imprese) innovative su un totale regionale di 266. Un numero che in assoluto rappresenta il più basso dell’Emilia Romagna, mentre Forlì e Ravenna, che pure non eccellono, sono entrambi a quota 16.

Contemporaneamente l’indagine Excelsior sulle previsioni delle assunzioni per l’anno in corso,  nel settore privato della provincia di Rimini, ci dicono che per il sesto anno consecutivo le uscite dal lavoro saranno più numerose degli ingressi. Che continuerà, quindi, l’emorragia dei posti di lavoro. Ma c’è qualcosa in più: tra le assunzioni programmate dalle aziende riminesi i laureati richiesti sono 400, più dell’anno precedente, ma equivalenti ad un misero 3,8 per cento del totale, mettendo insieme stagionali e non, contro un 11,3 per cento previsto in Regione e un 10,9 per cento nazionale.  Tradotto questo vuol dire che a Rimini un giovane laureato ha molto meno opportunità di trovare un lavoro adeguato alla sua qualifica che nel resto dell’Emilia Romagna e dell’Italia.  Era così anche prima della crisi, che ha solo peggiorato la situazione.

I due aspetti, start up e assunzioni di laureati, cioè di alti profili professionali, apparentemente distanti  in realtà sono molto vicini, perché sono le imprese innovative quelle che hanno maggiore bisogno di personale qualificato. In genere a lanciarsi nelle imprese innovative, anche se non esclusivamente, sono giovani brillanti, preparati e carichi di idee. Se riescono, creano lavoro per se e per gli altri. Per loro, ma vale per tutte le imprese, andrebbe creato un ambiente più favorevole, con meno burocrazia (tutti la promettono, ma pochi la praticano veramente), un fisco giusto e ragionevole che fa pagare per  guadagni veri e non presunti, e se un artigiano si fa male (certificato) e per un periodo non può lavorare non lo tassa come se non gli fosse capitato niente,  chiamandolo a giustificarsi quasi fosse una colpa, perché così si colpisce anche la dignità delle persone.

E’ dimostrato che con un fisco troppo esoso (in Italia la pressione fiscale è ufficialmente al 44 per cento del pil, la quinta più elevata d’Europa, ma quella reale supera il cinquanta) le entrate fiscali anziché salire crollano perché le imprese chiudono.  Come sta succedendo in provincia di Rimini, dove le imprese che cessano l’attività stanno diventando più numerose, non accadeva da anni, di quelle che nascono.  Ma senza nuove imprese trovare un posto di lavoro per le trenta mila persone, tra disoccupati e scoraggiati, che lo cercano diventerà impossibile.

Ci vogliono imprese che possano competere, dove però conta anche la dimensione. In questo territorio solo 135 aziende manifatturiere, su cui ricade quasi esclusivamente l’onere dell’export, il solo mercato che in questo momento sta tirando, hanno più di venti addetti, che salgono a meno di quattrocento se si prendono in considerazione quelle che hanno  più di dieci addetti. Questo su un totale di circa trentacinque mila aziende complessive. Un numero troppo piccolo per reggere il peso del rilancio dell’economia locale.  Perché se la dimensione media delle aziende riminesi è di poco superiore a tre addetti, in Germania è  di tredici. A Nord, anche le piccole aziende sono più grandi.

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