"Chi non spera l’insperabile non lo scoprirà, poiché è chiuso alla ricerca, e a esso non porta nessuna strada"
ERACLITO (535-470 a.C)

settembre: 2017
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Sempre meno giovani in… campo

di Stefano Rossini

Immaginiamo di dover giocare con i pezzi di un puzzle, tre per la precisione, da incastrare nel modo giusto per formare una bella immagine. Il primo pezzo è la disoccupazione giovanile che ha raggiunto vette critiche, attestandosi attorno al 37%. Il secondo è l’agricoltura del paese, che si trova in una singolare situazione: pochi operatori, con un’elevata età media e una cultura sia professionale che sociale legata ai decenni passati e, in generale, con poche possibilità di sviluppo nel futuro. L’ultimo pezzo è la grande richiesta di prodotti tipici legata sia alla voglia di mangiare bene, sia alla fortuna mediatica che stanno avendo i programmi legati all’enogastronomia. Quest’ultimo pezzo ha anche un risvolto internazionale, ed è il successo della cucina e dei prodotti italiani all’estero che, nonostante il poco e cattivo lavoro svolto spesso dalla politica, continua a fare proseliti.

La soluzione è sotto mano. I tre pezzi sembrano essere fatti l’uno per l’altro: diamo la terra ai giovani! Sembra uno slogan di sapore socialista, ma è molto di più e molto meglio, è la possibilità di rinnovare e ringiovanire – in tutti i sensi – un settore produttivo, non solo economicamente, del nostro paese, rendendolo forte, interessante e appetibile. E a corroborare quest’idea la cui eco aumenta di giorno in giorno, ci sono le storie di chi l’ha fatto, per passione o per necessità, e oggi vive ed è soddisfatto del proprio lavoro.

Non è così facile, sono tanti gli ostacoli da superare. Il primo è culturale. L’attuale generazione di 30enni e 40enni è stata bombardata con l’idea che il lavoro manuale fosse qualcosa da evitare come la peste. Per le famiglie era una comprensibile voglia di dare ai propri figli un futuro migliore. Giusta, certo, ma è l’approccio sbagliato. L’agricoltura moderna ha poco a che fare con l’immagine stereotipata del contadino di ieri, immagine, tra l’altro, sempre poco apprezzata e molto snobbata nella cultura italiana. Chi lavora la terra oggi, sia che lo faccia per produrre ortaggi e frutta che per prodotti lavorati come formaggi, vino e carni, sia che abbia un approccio biologico e biodinamico o tecnologico, lo deve fare con la consapevolezza di farlo bene, di studiare le tecniche migliori, di conoscere quel che succede nel mondo, di aggiornarsi e di creare anche qualcosa di nuovo.

Il secondo è burocratico. L’incentivo e l’aiuto che viene dallo stato è poco, e, anche quando c’è, è sommerso e imbozzolato in una trama di leggi incomprensibili. La sensazione è che la politica per prima creda poco in questo settore. E’ sufficiente guardare oltralpe, verso un paese simile al nostro come la Francia, quale sia l’investimento nel settore agricolo ed enogastronomico e fare un paragone.

Scendiamo nel particolare. Nella provincia di Rimini sono 2.700 le aziende agricole e zootecniche iscritte alla Camera di Commercio. Di queste, solo il 7% ha un titolare con meno di 40 anni. Per continuare il nostro paragone con paesi vicini, in Francia e Germania la percentuale si attesta quasi al 70%, dieci volte tanto.

“E’ probabile – commenta Valter Bezzi, presidente Cia Rimini – che i dati nazionali differiscano poco da quelli locali. Per decenni tutti abbiamo pensato che quello agricolo non fosse un settore produttivo interessante. Di fronte alle fatiche del padre, che lavorava per 15, 16 ore al giorno e poi stentava ad arrivare a fine mese, i figli hanno preferito cambiare. Al censimento del 2010, per completare il dato di prima, oltre il 20% del totale delle aziende agricole, ha titolari con un’età tra i 70 e i 75 anni, quindi destinate a chiudere entro breve”.

Ne consegue che solo il 5% delle aziende locali è dotato di un sito internet e di questi non tutti fanno commercio elettronico. Ma ci sono dei dati in controtendenza.

“Sono numeri piccoli – continua Bezzi – ma c’è un ritorno a gestire il piccolo terreno, o a tentare con tutta la disoccupazione che c’è ad improvvisarsi agricoltori. Per molti è una risposta alla crisi, il tentativo di utilizzare dei beni e terreni di famiglia. Per altri è una fuga dal lavoro d’ufficio con tutte le sue problematiche. In generale, però, negli ultimi anni il settore agricolo è stato uno dei pochi in positivo. Ma soprattutto, i giovani che ci hanno creduto, che hanno preso l’azienda di famiglia o ne hanno creata una nuova investendo su innovazione e modernizzazione, hanno avuto successo”.

Le potenzialità non mancano: pochi forse sanno che nel territorio provinciale di Rimini, nel triangolo compreso tra Viserba, Santarcangelo e Igea Marina si produce tra il 40 e il 55% di alcuni articoli orticoli di tutta la regione Emilia Romagna. E in generale Rimini è una delle province più produttive. E a fronte di questi dati negli ultimi anni è aumentato del 17% l’uso del terreno agricolo per altri fini. Insomma, la politica non ci crede.

E il vino? I sangiovesi riminesi negli ultimi dieci anni, da quando una nuova generazione di viticoltori ha preso il posto della precedente, hanno raggiunto gli scaffali dei più rinomati ristoranti locali, nazionali e per molti anche internazionali. La lettura è una: c’è spazio di crescita, c’è spazio per fare prodotti buoni, e soprattutto c’è lavoro, tanto.

Eppure, per tornare ai numeri, dal 2000 al 2012 le aziende agricole presenti sul territorio sono calate del 43%. Sono 3.350 in meno: nel 2000 erano più di 7.000. E, dato ancora più sconfortante, dal 2008 ad oggi sono state meno di 30 i nuovi insediamenti, con un calo drastico dei giovani.

 

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