"Chi non spera l’insperabile non lo scoprirà, poiché è chiuso alla ricerca, e a esso non porta nessuna strada"
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dicembre: 2017
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Se il “riposo forzato” diventa un incubo

di Stefano Rossini

Il difficile periodo che l’Europa sta attraversando da più di 4 anni – il 2008 è l’anno indicato come inizio effettivo della crisi dell’economia occidentale ed europea – non può essere ridotto al suo aspetto solamente finanziario ed economico. Se queste sono le scaturigini, è indubbio che le trasformazioni prodotte in questi ultimi anni stiano modificando profondamente la società in tutti i suoi elementi.

Una delle prime difficoltà che ci si trova a fronteggiare sta nel cercare di capire in che modo si riassesterà la società, o, per dirla in modo più semplice, quando finirà la crisi. Se fino a poco tempo fa si poteva ancora pensare che questo momento passasse così come era arrivato e tutto tornasse a prima del 2008, adesso la maggior parte delle persone comincia a fare i conti con l’idea stessa che le cose siano cambiate in modo definitivo.

“La situazione è difficile – afferma la dottoressa Tatiana Giorgetti, responsabile provinciale dei Centri per l’Impiego di Rimini – osservando le richieste che ci vengono fatte e le reazioni delle persone che seguiamo, ci rendiamo conto che sta prevalendo la sfiducia”.

“Sono state molte le persone – continua la dottoressa Giorgetti – che hanno cercato un lavoro stagionale nella speranza di poter trovare un nuovo impiego definitivo a settembre e che invece, alla fine dell’estate, si sono accorte che nulla era ancora cambiato”.

Una delle tecniche con cui molte persone hanno cercato di fronteggiare la recessione è stata quella di barcamenarsi durante i mesi estivi – anche perché Rimini, come città turistica, offre questa possibilità in più – per poi tornare ad un’occupazione stabile con la ripresa dell’anno lavorativo. Ma questo non è accaduto.

“Non solo la situazione non è migliorata – conclude la Giorgetti – nel nostro sito le offerte di lavoro sono diminuite. C’è meno richiesta. E anche per reinventarsi, come oggi spesso si dice, serve una certa capacità economica, che in molti casi è già stata erosa da quattro anni di crisi”.

LA CORSA AI FARMACI

La perdita del lavoro, e soprattutto delle proprie certezze economiche e delle sicurezze e possibilità, porta con sé una lunga scia di problemi di natura anche psicologica. In che modo vengono affrontate queste difficoltà?

Secondo il dottor Giovanni Di Addezio, vice presidente dell’Ordine dei Farmacisti della Provincia di Rimini, “La situazione non è delle più rosee, ma un vero e proprio aumento dei medicinali, in particolare degli psicofarmaci classici non c’è stato. Piuttosto c’è stato uno spostamento dell’età degli utilizzatori.

“Se prima – continua il dottor Di Addezio – l’assunzione di questi farmaci era appannaggio soprattutto degli anziani e di chi soffriva di disturbi ben definiti, da più di una decina di anni si è registrato un aumento nelle ragazze adolescenti, che spesso subiscono in prima persona le crisi della famiglia, o anche a causa dei loro problemi amorosi, e anche nella fascia dai 30 ai 50 anni, soprattutto per gli uomini”.

Rispetto all’inizio del 2000 c’è un uso maggiore di psicofarmaci da banco da parte degli uomini adulti, la fascia dai 30 ai 50 anni, insieme ad un aumento dei farmaci per chi soffre problemi gastrici e di fegato, legati allo stress.

“In entrambi i casi questi farmaci sono una risposta ad un problema dovuto proprio ad una situazione di crisi che si può manifestare con attacchi di ansia o con cattiva digestione o problemi simili.  Questa non è l’unica ragione dell’aumento dell’utilizzo di questi medicinali – continua Di Addezio – c’è anche da dire che oggi gli psicofarmaci vengono prescritti con più facilità.

“Infatti l’aumento non riguarda gli psicofarmaci classici tipo il Tabor, il Valium o gli altri della stessa categoria, ma quelli che io chiamo farmaci regolatori, medicine, cioè, che riequilibrano il sistema nervoso centrale, utilizzati come anti depressivi, o per problemi di natura ossessiva-compulsiva, ansia e problemi sociali.

“Con questo – continua Di Addezio – non voglio dire che si debba sparare contro il farmaco, ma semplicemente che, a mio parere, l’uso degli psicofarmaci è legato alla solitudine e alla mancanza di un’efficace rete sociale capace di aiutare la persona che subisce la crisi ad affrontare il problema. Se chi perde il lavoro, o anche semplicemente chi ha problemi di natura professionale, trova qualcuno con cui parlare o discutere, riesce a ridimensionare la questione e allora, spesso, non c’è bisogno dello psicofarmaco, anche se, ovviamente, questo ha una risposta più facile e immediata”.

 

L’AIUTO PSICOLOGICO

Dal lato “banco della farmacia”, quindi, c’è la tendenza, da parte di chi viene colpito dalla perdita del lavoro di risolvere momentaneamente il problema dell’ansia con l’utilizzo di farmaci, più leggeri degli psicofarmaci, ma che hanno effetto sul sistema nervoso proprio per calmare gli attacchi di panico dovuti alla perdita della sicurezza economica e alla paura del futuro.

Una situazione simile si riscontra anche per chi decide di affrontare il problema in modo diretto e professionale. Lo abbiamo chiesto al dottor Andrea Fantini, psicoterapeuta, medico psichiatra.

“Ho notato – ci racconta il dottor Fantini – che molti colloqui vertono sempre più spesso su argomenti quali lo stile e la qualità di vita e il rischio di perderli. Tra le tesi sempre più emergenti c’è il lavoro e la crisi, molto più spesso di quanto accadesse qualche anno fa”.

Come si scatena la crisi e quali sono le cause principali?

“In una crisi economica ci sono dei fattori stressanti riconosciuti dalla letteratura medica internazionale. Il primo è la diminuzione della speranza nel futuro, il secondo è la perdita del lavoro, e infine, legata a questo, la perdita di capacità economica. Queste tre cause generano stress e ansia”.

La perdita del lavoro va sempre affrontata con l’aiuto di un professionista o di un farmaco?

“E’ necessario distinguere la gravità del problema. Il disagio e la tristezza sono la giusta reazione del nostro fisico ad un forte stress. Questa è una risposta normale, se temporanea, che si può risolvere semplicemente parlandone con gli amici, confrontandosi con il partner o con chi è vicino. Se invece la tristezza rimane per mesi e diventa invalidante perché non ci si riesce ad alzare dal letto e non si vive più allora è il momento di ricorrere all’aiuto di un medico”.

Anche in questo caso, secondo il dottor Fantini, è fondamentale la rete sociale.

“La rete sociale è un fattore determinante. Chi ha la possibilità di rapportarsi e di trovare aiuto e sostegno diminuisce la patologia e ha, nella quasi totalità delle volte, una prognosi migliore. Poi è vero che rispetto a dieci anni fa esistono oggi farmaci meno potenti e pericolosi, che per questo vengono prescritti con più facilità dai dottori di base, e che offrono una risposta comoda e immediata”.

 

Da uno studio svolto dal Centro per l’Impiego di Rimini si ricava con forza proprio questo dato: “Senza dubbio, il nucleo familiare è il punto di riferimento principale nell’elaborazione delle strategie necessarie a garantire le migliori condizioni di benessere”.

Secondo quanto si legge nelle pagine dello studio, l’intervento può assumere molteplici forme che vanno dalla sostituzione nell’esecuzione dei compiti di cura, alla mobilitazione in caso di situazioni di emergenza, sino ai prestiti in denaro e ad altri aiuti materiali.

Emerge, insomma, che il sostegno della famiglia è una vera e propria risorsa fondamentale e ampiamente utilizzata per fare fronte alle difficoltà derivanti dalla recessione economica.

 

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