"Chi non spera l’insperabile non lo scoprirà, poiché è chiuso alla ricerca, e a esso non porta nessuna strada"
ERACLITO (535-470 a.C)

dicembre: 2017
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Se i giovani emigrano

Ha chiamato l’attenzione, ma non è durata molto, la notizia che, secondo il Rapporto 2016 sugli italiani migranti della Fondazione Migrantes, all’estero vivono  quasi 23 mila cittadini residenti in provincia di Rimini.  Rappresentano circa  il sette per cento della popolazione, il doppio della media regionale, e sono solo gli iscritti all’Aire (Anagrafe italiani residenti all’estero), cosa che non tutti fanno. Quindi la cifra è da prendere come base minima, in realtà sono molto di più.  Tanto per fare un confronto,  gli immigrati attualmente residenti  a Rimini sono un po’ meno di 37 mila. Questo vuol dire che lo scarto tra chi va e chi viene si riduce a una decina di migliaia.

Con queste cifre, dopo Bologna, Parma e Modena, Rimini è la provincia  con il numero assoluto più elevato di emigranti in Emilia Romagna e il comune capoluogo, con 9 mila espatriati, è il secondo, in regione, dopo Bologna (16 mila), e ventunesimo in Italia (dove i comuni sono circa otto mila).

Due migranti riminesi su dieci, in linea col dato regionale, hanno una età compresa tra 18 e 34 anni.  Sono cioè molto giovani.

Molti vivono all’estero da anni, ma ci sono pochi dubbi che la crisi ha dato una buona spinta. Infatti i trasferimenti di residenza dalla provincia di Rimini in direzione estero (comprende cittadini di nazionalità italiana ed estera) sono  passati da 247 del 2007  a  727  per fine del 2014. Solo i cittadini di nazionalità italiana emigrati (escludendo quindi, gli immigrati residenti) da 227 sono diventati 533.  In pratica i migranti riminesi sono più che raddoppiati.

E’ ragionevole pensare che la mancanza di opportunità lavorative, vista la presenza di tanti giovani, presumibilmente con alti titoli di studio, sia tra le motivazioni più importanti (dal 2008 al 2014 gli italiani emigrati laureati sono aumentati del 22 %).  Per i paesi di approdo un arricchimento, ma non ci sono dubbi che per il territorio di partenza si tratta di un sicuro impoverimento di risorse umane.  Si dice, spesso, che è bene che i giovani facciano una esperienza all’estero (a proposito sono quasi 50 mila gli studenti universitari italiani iscritti in un ateneo estero), e questo è vero, se poi hanno la possibilità di tornare per essere valorizzati. In caso contrario è una perdita netta, oltre alla frustrazione.

Che il fenomeno non sia recente lo dimostra i titoli di alcuni giornali: “Cervelli in fuga” scrive il supplemento di Affari&Finanza di La Repubblica del 12 settembre 2011, “Quei cervelli bolognesi che emigrano all’estero” nell’inserto regionale dello stesso giornale dell’11 settembre 2011, “Un giovane su tre vuole lasciare l’Italia”  Corriere della Sera del 29 ottobre 2012, “Londra terra promessa per i giovani italiani in cerca di lavoro” La Repubblica  dell’11 maggio 2014,  “5 mila ricercatori che lavorano in Gran Bretagna pronti a tornare se l’Italia chiama” sempre La Repubblica del 11 novembre 2015, ed ultimo il Rapporto 2016  dell’Indice Globale dello Sviluppo  dei Giovani, edito dal segretariato del Commonwealth britannico, che posiziona l’Italia al 67mo posto, su 183 nazioni, per le opportunità di lavoro. Graduatoria dove la Germania, giova ricordarlo, occupa il secondo posto.

Poi non ci si può lamentare se la metà giovani italiani (tra 25 e 34 anni) vive ancora con i genitori, contro il 16 per cento del Regno Unito e il 19 per cento della Germania.   Senza lavoro è difficile rendersi autonomi.

Eppure stanno diventando (i giovani) una presenza rara

 Se l’Italia, dove il 6,5 per cento della popolazione ha più di ottant’anni (poco meno di 4 milioni di persone, di cui quasi due terzi donne),  è diventato il paese più “vecchio” d’Europa,   grosso modo Rimini  sta andando  nella stessa direzione.

I giovani della fascia 0-14 anni che nell’immediato dopoguerra coprivano un quarto (24 %)  dell’intera popolazione riminese, oggi rappresentano meno di un sesto (14 %). Al contrario,  nello stesso arco di tempo, grazie al miglioramento del tenore di vita, gli ultra sessantacinquenni  da meno di uno ogni dieci residenti (8 %) hanno superato un quinto (22 %) del totale.

Non può quindi sorprendere  che l’indice di vecchiaia della provincia di Rimini, che misura quante persone con più di 65 anni ci sono per ogni 100 giovani minori di 14 anni,  sia passato  da  33 del 1951  a  158  del  2015.  In pratica da un rapporto di 0,3 anziani per giovane,  ad 1,6  sempre per giovane.

Meno giovani, anche per il calo della natalità, ha come conseguenza un minor numero di forze di lavoro, cioè di persone in età per lavorare, che effettivamente stanno già diminuendo.  Da questa prospettiva, quindi, i giovani sono destinati a diventare una presenza sempre più rara, e senza gli immigrati sarebbero ancora meno, tanto che si sta avvicinando  il sorpasso degli ultra settantacinquenni (quello degli over 65 è già avvenuto).

Ricordando che le pensioni sono in genere pagate dalle contribuzioni di chi lavora, non è difficile comprendere che se le opportunità di trovare un impiego si rarefanno, non solo tanti giovani emigreranno, ma diventerà sempre più complicato pagare le future pensioni.

Lavoro scarso e poco qualificato

Sul lavoro che scarseggia per tutti, ma in modo particolare per i giovani, è stato già detto e scritto molto.  Rimini non è  estraneo a questa condizione, ma se è possibile vive una situazione ancora più critica. Per una ragione piuttosto semplice: il turismo, che rappresenta una fetta importante della nostra economia, è una attività ad alta intensità di lavoro, ma assume prevalentemente personale di qualifiche medio-basse. E questo si riflette sul quadro generale delle opportunità  d’impiego.

Ma andiamo per ordine.  A fine 2015, in provincia di Rimini, il tasso di disoccupazione dei giovani di 18-29 anni è al 24 per cento  (per le donne il doppio degli uomini: 32 % a fronte del 16 %), contro il 21 per cento dell’Emilia Romagna e il 30 per cento dell’Italia.  Quindi, situazione peggiore del dato regionale, ma meglio del nazionale.  Nel 2007,  all’inizio della crisi, lo stesso tasso era, per  Rimini, al 10 per cento.

Con una specificità, che è il risultato della particolare struttura dell’economia riminese: una  bassa domanda di laureati (ancora più bassa del dato nazionale, già tra gli ultimi in Europa).  Il fenomeno precede la crisi e conferma la natura strutturale e non congiunturale del problema. I dati sono piuttosto impietosi:  a fronte di 1.500-1.600  laureati annuali residenti  in provincia,  di cui più della metà costituiti da donne, la domanda del settore privato raramente oltrepassa quota 400, cioè circa un quarto dei potenziali candidati.

Secondo l’indagine Excelsior 2016 la domanda di laureati delle imprese di Rimini si ferma al 3,7 per cento delle assunzioni previste,  quando in Emilia Romagna sale al 11,7 per cento (Bologna 19%) e la richiesta nazionale arriva al 12,5 per cento.  Va meglio se escludiamo gli stagionali, cioè il settore turistico, ma rimane comunque sotto la media regionale: 10 per cento delle assunzioni  la  domanda dei laureati a Rimini, 16 per cento in Emilia Romagna.

Un deficit che trova origine prevalentemente nel turismo (alberghi e ristorazione), dove le assunzioni, seppure stagionali, sono tante ma solo per lo 0,4 per cento è richiesta la laurea, quando nell’industria meccanica e metalmeccanica locale si arriva al 14 per cento.  La minore domanda di personale con alti titoli di studio non è una prerogativa  del turismo riminese, ma qui si esprime con una particolare debolezza, causa la dimensione medio-piccola di tante strutture  ricettive e la marginale presenza della fascia madio-alta (dei duemila alberghi presenti in riviera solo il 6%  sono di quattro e cinque stelle, a fronte del 20% di Venezia, il 17% di Jesolo e il 26% di Roma).

Per dare ai giovani di Rimini le stesse opportunità  d’impiego che esistono altrove ci sarebbe bisogno di qualcosa che compensasse questo deficit, come potrebbe  essere un certo numero di imprese tecnologicamente avanzate ad alta intensità di laureati. Che difficilmente però arriveranno da sole, senza una politica che le attragga e ne favorisca l’insediamento.

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