"Chi non spera l’insperabile non lo scoprirà, poiché è chiuso alla ricerca, e a esso non porta nessuna strada"
ERACLITO (535-470 a.C)

Luglio: 2020
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“Se fossi un amministratore punterei più sulla cultura”

Intervista a Roberto Mercadini, scrittore e attore teatrale, di Simone Santini

Emilia e Romagna. Ufficialmente, una cosa sola. Graficamente, solo un trattino le divide. Un trattino che, però, nasconde una realtà separata da numerose differenze, sociali, storiche e di tradizione. Purtroppo anche economiche. Da anni, infatti, in Romagna si registrano numeri tendenzialmente inferiori al contesto emiliano, su diversi indicatori socio-economici. Perché queste differenze?

Al di là dei numeri, dei dati e delle analisi tecniche, è interessante indagare se queste differenze strutturali sono percepite anche da chi non è addetto ai lavori, non esperto in materia socio-economica.

Come Roberto Mercadini, scrittore e attore teatrale cesenate. Un narratore, che in quanto tale è in grado di leggere le dinamiche legate alle persone e, quindi, anche quelle del territorio che le persone abitano, rappresentando quella “voce popolare” in grado, anche attraverso una certa dose di ironia, di analizzare la questione da punti di vista nuovi e originali.

Roberto, da cittadino comune, lei percepisce una generale differenza tra Emilia e Romagna? Quali sono, secondo lei, le caratteristiche principali che differenziano l’Emilia (e gli emiliani) e la Romagna (e i romagnoli)?

“ Rispondo non da economista né da antropologo; riferisco semplicemente la mia impressione. Quando vado in Emilia mi sembra di vedere una sorta di Romagna più opulenta e sofisticata. In Romagna uno dei vertici del lusso culinario è rappresentato dai cappelletti in brodo (che già dal XIX secolo si consumano durante il pranzo di Natale): si tratta semplicemente di una pasta con ripieno di formaggio. In Emilia ne esiste una versione ancora più sontuosa: i tortellini, ripieni di carne anziché di formaggio. Agli occhi di un povero barbaro romagnolo come me, certi piatti emiliani sono lussureggianti sofisticherie. Nel comportamento, nel portamento, nel parlare, poi, gli emiliani sembrano di frequente romagnoli civilizzati; cugini che hanno trascorso qualche anno in un collegio svizzero”.

Dal punto di vista strettamente socio-economico, per la sua conoscenza del territorio, da cosa possono essere dovute le differenze che si registrano negli ultimi anni?

“Da profano, immagino influiscano anche le evidenti differenze geografiche. Innanzitutto i centri urbani romagnoli sono più piccoli di quelli emiliani. La città più grande della Romagna è Ravenna, che conta 159.000 abitanti. In Emilia sono molti i capoluoghi di provincia che superano nettamente questo numero: Bologna (oltre 380.000), Modena (187.000), Parma (194.000), Reggio Emilia (171.000), e così via. Sulla riviera romagnola, poi, c’è una forte industria del turismo, frutto dell’intraprendenza e della laboriosità dei romagnoli; la quale tuttavia, per evidenti motivi, ha un carattere stagionale. Per cui, credo, fermarsi ad una media annuale dice poco; occorrerebbero dati più dettagliati”.

Su cosa puntare per ridurre questo gap?

“Non so se si tratti di ridurre il gap. Ripeto, parlo da profano, ma non mi convince del tutto l’idea che la crescita di un territorio implichi l’allinearsi allo standard di qualcun altro, tenerlo d’occhio, rincorrerlo, magari invidiarlo, nella speranza di ridurre il gap. Penso che ognuno dovrebbe concentrarsi sulle proprie reali risorse, ciò che è veramente e autenticamente suo, e su come fare fruttare queste risorse al massimo grado. Il problema vero è esprimere totalmente il proprio potenziale, credo. Almeno, per le persone funziona così”.

Se lei fosse un amministratore, quali misure concrete adotterebbe per risolvere la situazione?

“Sarei tentato di rispondere che mi dimetterei immediatamente, dato che fare l’amministratore
non è il mio posto. Una delle cose migliori da fare nella vita per il bene della comunità è occuparsi di ciò in cui abbiamo talento e competenze, lasciando ad altri i ruoli che non ci spettano. Ma capisco che sarebbe una risposta poco soddisfacente, ancorché onesta e veritiera. Allora sto al gioco e, fantasticando, provo a dire la mia. Tenterei di attrarre un nuovo tipo di turismo, correggendo l’immagine dell’Emilia Romagna che comunemente si ha fuori dalla nostra regione.

Credo (temo) che fuori dalla nostra terra Emilia Romagna sia sinonimo di buon cibo, turismo balneare, ospitalità, gente bonaria e allegra. Tutte ottime cose, ma c’è molto altro da offrire e da raccontare! Si potrebbe puntare sul turismo culturale. Il guaio è che gli stessi emiliano-romagnoli spesso ignorano le ricchezze storiche e culturali della loro terra. Faccio l’esempio di Cesena, che è la città dove sono nato.

All’inizio del 1500 Cesena è stata la capitale del Ducato di Romagna, retto da Cesare Borgia, personaggio leggendario del Rinascimento. Costui ebbe alla sua corte, niente meno che Leonardo da Vinci. Quando Niccolò Machiavelli scrive il Principe e prende ad esempio di sovrano perfetto Cesare Borgia, ecco, sta parlando di Cesena!

Quanti cesenati lo sanno? Temo pochi. Quanti percorsi turistici, musei, strutture ricordano il Borgia e questa straordinaria storia?

Nessuna, che io sappia. In questo modo come possiamo sperare di attrarre turisti da fuori Romagna o (perché no?) da fuori Italia sfruttando una figura tanto magnetica, oscura e suggestiva come Cesare Borgia? Ecco, le ho fatto questo esempio, ma, mi creda, potrei andare avanti per ore. Credo che sarebbe possibile attrarre un turismo di qualità, con persone dotate di un livello culturale e di una disponibilità economica medio-alti”.

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