"Chi non spera l’insperabile non lo scoprirà, poiché è chiuso alla ricerca, e a esso non porta nessuna strada"
ERACLITO (535-470 a.C)

settembre: 2017
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Sanità, una spesa da…curare

La spesa sanitaria

Nel 1979, la spesa sanitaria nazionale prendeva il 5,1 per cento del pil (prodotto interno lordo, la ricchezza prodotta in Italia in un anno), nei primi anni novanta aveva superato il 6 per cento,  poi l’adeguamento ai parametri di Maastricht richiesto per entrare nell’euro zona la riportò, nel periodo 1991-’94,  poco sopra il 5 per cento. Da qui in avanti la spesa sanitaria pubblica riprende a crescere fino a raggiungere il 7,1 per cento del pil nel 2011, dopo aver toccato il 7,3 per cento nel 2009 e 2010.

Dall’anno duemila la crescita media annua della spesa è stata del 5,5 per cento fino al 2008, quando scoppia la crisi. Da li in poi l’incremento si riduce ad uno 0,7 per cento annuo.  Quindi un sostanziale rallentamento, comunque ancora superiore all’aumento della ricchezza nazionale, che da cinque anni non fa che scendere.  In realtà è dal 2003 che la spesa sanitaria pubblica cresce più del pil, formando una forbice che si va sempre più divaricando e divenendo sempre meno sostenibile. Per intenderci: fatto uguale a cento il pil e la spesa sanitaria del 2001, nel 2011 il primo è arrivato a 129,7  quando la seconda ha raggiunto 149,5.

In valore assoluto la spesa sanitaria pubblica nazionale, che comprende l’assistenza ospedaliera, farmaceutica, generica e i costi amministrativi, passa da 75 miliardi di euro del2001 a112 miliardi nel 2011. L’Emilia Romagna contribuisce con una spesa  di 8,5 miliardi di euro.

La ripartizione della spesa sanitaria vede al primo posto l’assistenza ospedaliera che assorbe il 53 per cento del totale, a seguire le altre prestazioni e servizi sanitari col 21 per cento, l’assistenza generica e specialistica il 10 per cento, la spesa farmaceutica il 9 per cento e ad altre spese il resto.

Tradotto in costi per abitante sono, nel 2011, 1.883 euro in Emilia Romagna  e 1.881 euro come media italiana, con Regioni come la Valle d’Aosta, in testa, che spende  2.358 euro per residente e la Campania, in coda, con 1.776 euro.    E’ una spesa che cresce, ma che comunque resta al di sotto degli oltre 3 mila euro pro capite di Francia, Germania, Austria e Danimarca, per citare solo alcuni paesi europei.

Ciononostante, nella classifica mondiale della qualità dei servizi sanitari, stilata dall’Organizzazione Mondiale della Salute, l’Italia figura al secondo posto, dopo la Francia, mentre la Germania scivola  al 25° posto e gli USA al 37°.  Questo anche se gli italiani soddisfatti per la qualità dei servizi sanitari sono appena il 54 per cento, rispetto all’87 per cento degli inglesi e al 91 per cento dei francesi (Eurobarometro 2010). E’ un tipico caso in cui la percezione non corrisponde alla realtà,  forse anche per la mancata conoscenza degli altri sistemi sanitari.

Il pubblico copre il grosso ma non esaurisce il totale della spesa sanitaria, cui deve aggiungersi quella privata, cioè le visite e i medicinali che ciascuno paga di tasca propria.  La spesa sanitaria privata nazionale, che valeva circa 22 miliardi di euro nel 2001, è salita a  28 miliardi di euro nel 2011. Anzi, mentre, dopo la crisi del 2008, il ritmo di crescita di quella pubblica ha subito un forte rallentamento, quella privata ha continuato a crescere ad un tasso medio annuo del 2,4 per cento. In termini di pil 2011 è un altro 1,9 per cento, che si aggiunge al 7,1 per cento pubblico, portando così il totale della spesa sanitaria nazionale al 9 per cento, inferiore di mezzo punto alla media Ocse (i Paesi più sviluppati), quando negli  USA supera il 17 per cento del pil, di cui più della metà in carico ai privati, cioè pagata direttamente da cittadini, perché in America per curarsi bisogna pagarsi una assicurazione, che non tutti  possono permettersi.    In sintesi: fatta uguale a 100 la spesa sanitaria complessiva dell’Italia, 80 è pagata dal pubblico (la media Ocseè72, inFrancia e Germania invece è 77) e 20 dai privati.

Spesa e ricavi in Emilia Romagna

In Emilia Romagna la gestione della sanità avviene prevalentemente tramite le strutture pubbliche come le ASL (Aziende Sanitarie Locali), attraverso cui passa oltre il  71 per cento, nel 2011, della spesa sanitaria regionale (Lombardia, spesso citata, si ferma al 59 per cento),  a fronte di una media nazionale del 64 per cento. Il resto, poco meno del 30 per cento, va invece alle strutture accreditate e convenzionate.

Tra le spese  più significate sono da segnalare, in termini d’importi per abitante: l’assistenza specialistica, compreso il pronto soccorso, con 336 euro, l’assistenza farmaceutica 232 euro, l’assistenza di base 111 euro, l’assistenza psichiatrica 82 euro e l’assistenza agli anziani 79 euro.

Chi paga gli oltre otto miliardi necessari per le prestazioni sanitarie regionali ?  Il finanziamento del sistema sanitario regionale avviene mediante due grandi tipologie di risorse: le entrate proprie, vale a dire i tributi (Irap e addizionali Irpef)  e i ticket che la Regione impone direttamente ai propri cittadini, più le entrate da contributi e trasferimenti, che in buona sostanza corrispondono alla quota di finanziamento sanitario a carico dello Stato.

Attualmente (2011) le entrate proprie dell’Emilia Romagna, definite anche di “autofinanziamento sanitario”, coprono il 47 per cento dei ricavi sanitari regionali (media nazionale 38 per cento), in calo rispetto al 54 per cento raggiunto nel 2007.

Cause ed effetti della revisione della spesa sanitaria

Come i conti di una famiglia non sono sostenibili  se per troppo tempo le uscite crescono più delle entrate, così vale anche per la spesa sanitaria pubblica. Tanto più in un  paese come l’Italia che ha accumulato un debito pubblico superiore  al 127 per cento del  pil  (e che continua a crescere nonostante le nuove tasse).

Questi i numeri di bilancio. Poi c’entra anche un problema di demografia, di una popolazione cioè che invecchia sempre di più (l’Italia, con la Germania, è tra  Paesi più vecchi d’Europa).  Nel 2011 gli ultra 64enni sono, in Italia, poco meno del 21 per cento della popolazione, ma nel 2050 raggiungeranno,secondo proiezioni, il 33 per cento. Vivere più a lungo è una conquista, che però costa, perché le persone senior si ammalano di più.  Secondo un Rapporto della Ragioneria Generale dello Stato del 2007,  la spesa sanitaria pro capite per fasce d’età si mantiene sotto i mille euro l’anno fino ai 40 anni, poi decolla, quella degli uomini più delle donne, fino a raggiungere i 6 mila euro l’anno per gli ultra novantenni.

Non è finita. Un peso ce l’hanno anche stili di vita poco salutari e che portano, per esempio, all’obesità, perfino nei giovani. Obesità che costa 700 euro in più di spesa sanitaria annua pro capite, rispetto ad una persona normopeso.

Da questo complesso di ragioni sorge  la necessità di mettere sotto controllo, forse sarebbe meglio dire razionalizzare, la spesa sanitaria. Che ripetiamo, al momento rientra perfettamente, quella italiana, nella media dei paesi più sviluppati. Ma qualche miglioramento si potrebbe sicuramente fare: per esempio allargando l’assistenza domiciliare degli anziani, che in Italia copre appena il 3,7 per cento degli ultra sessantacinquenni, quando in Germania arriva al 7,5 per cento, in Svezia al 12 per cento e in Olanda e Danimarca al 13 per cento. Poi ci sono i tanti sprechi di cui spesso si occupano le cronache.

A varare una manovra di riduzione ci ha pensato il Governo Monti, con la nota “revisione della spesa”, il quale ha indicato un taglio per la sanità, in poco più di due anni, di 6,8 miliardi di euro così ripartito: 900 milioni di euro nel 2012, 1,8 miliardi nel 2013, 2 miliardi nel 2014 e 2,1 miliardi per il 2015.

I primi a dover essere ridimensionati sono i posti letto ospedalieri, pubblici e accreditati, che già sono diminuiti (erano 5,1 per mille abitanti nel 2001 e sono diventati 4,2 nel 2009), ma ovviamente non è sufficiente. Il nuovo obiettivo è di 3,7 posti letto ogni mille abitanti.

Per l’Emilia Romagna vuol dire tagliare 2.543 posti letto, di cui 2.007 per quanto concerne gli acuti e 536 per i post-acuti. Da tenere presente che il numero di posti letto che l’Emilia Romagna dovrà tagliare rappresenta oltre 1/3 del totale dei posti letto da eliminare a livello nazionale (7.389). Questo nonostante la Regione risulti tra le più virtuose in termini di spesa. In totale si dovrà scendere, a livello regionale, da 20.631 (di cui 16 mila pubblici) a 18.088 posti letto ospedalieri totali.

La sanità di Rimini

In questo contesto si muove anche la sanità riminese. I due Distretti sanitari della provincia di Rimini servono 332 mila residenti, di cui uno su cinque ha già superato i 65 anni ed uno su dieci  75 anni. Il trend demografico non è quindi molto diverso da quello nazionale.

Anzi, considerando l’area vasta Romagna, che riunisce i Distretti di Cesena, Forlì, Ravenna e Rimini per un totale di 1,1 milioni di residenti, la popolazione con più di 65 anni ha già superato il 22 per cento.

I posti letto pubblici, 981 per l’intera provincia di Rimini,  sono 2,9 per mille abitanti, meglio della media regionale che è di 2,2.  Per ogni posto letto si contano 4,3 dipendenti, che è esattamente lo stesso valore regionale. Anche il carico di lavoro dei medici di medicina generale è identico a quello dell’Emilia Romagna: ce ne sono 0,7 ogni mille residenti.  Invece i medici con rapporto di convenzione sono, sempre a Rimini,  492.

Una curiosità: ogni medico in forza in una struttura sanitaria riminese ha emesso, nel 2011, più di 10 mila ricette, cioè 27 al giorno, festività comprese. In Regione hanno superato le 11 mila ricette.

2011 (ultimo disponibile) dell’AUSL di Rimini, tra la popolazione 18-69 anni c’è troppa sedentarietà e il 40 per cento della popolazione risulta in sovrappeso, quando non obesa. Ma il fenomeno è diffuso anche nelle fasce d’età più basse: uno studio sullo stato nutrizionale dei bambini di terza elementare ne ha trovato quasi uno su tre in sovrappeso od obeso. Sedentarietà ed obesità sono la causa primaria di malattie come il diabete e  l’ipertensione arteriosa, che come abbiamo visto costa curare. Uno stile di vita più sano non solo aiuta le persone a stare meglio, ma ad ammalarsi meno.

Non diversamente dal resto della Regione e d’Italia, il costo dell’assistenza erogata ai cittadini della provincia di Rimini dall’Azienda USL  è in costante crescita ed ha raggiunto, nel 2010, un costo pro-capite di 1.770 euro, leggermente al di sotto dell’equivalente spesa regionale (1.872 euro).

Solo per la spesa farmaceutica 2011 se ne sono andati 138 euro pro capite, contro i 153 euro dell’importo medio regionale.

Prosegue anche a Rimini la deospedalizzazione dell’assistenza sanitaria,  riservando il ricovero in ospedale alle situazioni più gravi e complesse. Dal 2007 al 2011 i ricoveri ospedalieri ogni mille residenti sono diminuiti da 174 a 168, che sono due in meno della media regionale.

Negli stessi anni è invece cresciuta l’assistenza domiciliare integrata, che mira a curare gli ammalati nel  proprio domicilio,  dove il numero degli assistiti è passato da 5.237 del 2008 a 6.019 nel 2011, con un aumento del 15 per cento.

L’attesa per una visita

Se è corretto ridurre allo stretto necessario i ricoveri ospedalieri, che oltre a costare non sono mai un evento felice, è anche vero che per evitarli bisogna garantire  un servizio visite  efficiente, con tempi di attesa non troppo lunghi.  Impresa che l’AUSL di Rimini sembra garantire,  stando ai tempi medi di attesa monitorati. Precisando che dire tempi medi non esclude attese più lunghe, spesso se ne sente parlare, ma che nei casi urgenti possono diventare anche più brevi. In genere, con qualche eccezione, i tempi di Rimini sono più brevi di quelli medi regionali. Qualche esempio: per una vista oculistica bisogna attendere 29 giorni, a fronte dei 52 regionali; per una visita ortopedica 40 giorni, in linea con la regione; per una vista oncologica 10 giorni, due in meno dell’attesa regionale; per una TAC al capo poco più di 6 giorni, quando in regione ne sono richiesti 36; per una gastroscopia 50 giorni, in regione 38.

Si può fare meglio ?  E’ auspicabile. Ma dipende anche dal comportamento dei cittadini. Con un po’ più di movimento,  il mangiare più sano e senza troppo eccessi, ci si può ammalare di meno, di conseguenza diradare le visite e le cure mediche. Con risparmio per tutti.    Poi ci vorrebbero dei presidi sanitari sul territorio per evitare che per qualsiasi cosa, anche la più banale, l’unica possibilità sia quella di recarsi Pronto Soccorso.

A Rimini si vive più a lungo

In conclusione, molti vorranno sapere se in provincia di Rimini si vive meglio oppure come gli altri territori. La risposta è che da queste parti la speranza di vita alla nascita,  migliorata nell’ultimo decennio, è leggermente più lunga della media regionale, tanto per gli uomini (80 anni), come per le donne (85 anni), che vivono cinque anni di più.

La mortalità infantile è scesa, dal 2000 al 2007, da un alto 5,4 ad un più accettabile 3,7 per mille (media regionale 3,1).

Tra le cause principali di mortalità, comunque in diminuzione negli anni,  si confermano le malattie cardiocircolatorie (353 ogni 100mila residenti)  e i tumori (294 ogni 100mila residenti),  che sono però meno numerose del resto dell’Emilia Romagna.

Più distante la mortalità per malattie respiratorie, 59 ogni 100mila abitanti, quando in regione è 72 (2007).

Ridimensionamento anche del tasso provinciale di incidentalità grave sul lavoro: da un indice di 106 nel2000 a76 nel 2007, quando in regione è 75 (1998=100).

In conclusione, potremmo vantare una maggiore longevità anche come elemento caratterizzante la  qualità di vita per questa provincia. Un motivo aggiuntivo per farci una vacanza.

 

 

 

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