"Chi non spera l’insperabile non lo scoprirà, poiché è chiuso alla ricerca, e a esso non porta nessuna strada"
ERACLITO (535-470 a.C)

dicembre: 2017
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“Salvati” dalle esportazioni

Quando non si riesce a vendere nella propria provincia, regione o paese, perché c’è la crisi e nessuna compra, l’esportazione rimane una possibilità, sempre e quando si abbia i prodotti giusti e ci si attrezzi con una organizzazione adeguata.  E’ quello che tante imprese, anche piccole, stanno facendo,  investendo in ricerca e innovazione e fornendo, come risultato, prodotti e servizi competitivi.

Così mentre l’economia della provincia di Rimini langue,  con tassi di crescita  dello zero virgola  e senza che si intravveda una ripresa apprezzabile prima dei prossimi due-tre anni, l’esportazione rimane una delle poche opportunità da sfruttare. E da questo versante bisogna dire che le aziende, quelle aperte ai mercati internazionali,  ce la stanno mettendo tutta,  come dimostra l’incremento, nel 2011, del 22 per cento delle esportazioni, il doppio del valore regionale, recuperando e sopravanzando i risultati pre-crisi, anzi raggiungendo, con 1,8 miliardi di euro,il massimorisultato dell’ultimo decennio.

Si conferma anche un cambiamento nella graduatoria dei prodotti esportati, avvenuta intorno alla metà del duemila, quando i prodotti tessili e di abbigliamento superarono, per la prima volta, i prodotti meccanici.

Oggi il tessile e l’abbigliamento guidano, con poco meno di 700 milioni di euro, il doppio del  valore dei primi anni duemila,  la classica dell’export provinciale, seguiti dalle macchine e apparecchi meccanici, con 370 milioni di euro,  ancora però un dodici per cento sotto il livello del 2007, poi ci sono i mezzi di trasporto, con 298 milioni di euro e un aumento record dell’89 per cento sull’anno prima e del 18 per cento sul valore delle esportazioni precedenti la crisi.

Dove vanno i nostri prodotti manifatturieri ?  In Francia, Russia, Stati Uniti e Germania prima di tutto. Nella lista dei primi venti paesi dell’export riminese non figurano però nazioni  emergenti come India,  Brasile e Cina (che è al 23° posto). Paesi che invece sono presenti quando si  passa alla provenienza delle merci importate, dove la Cina figura addirittura al primo posto e l’India al quinto. Con loro, quindi, il saldo è in rosso.  Forse qualche sforzo in più nella direzione di marcare una maggiore presenza in quelli che sono tra i mercati più dinamici e promettenti andrebbe fatto.

Nel complesso segnali incoraggianti che lasciano ben sperare, nondimeno riemergono i deficit cronici  di questa realtà territoriale, dove le esportazioni sul valore aggiunto rappresentano poco più di un quinto contro i due quinti circa della media regionale, cioè il doppio, e dove l’export per impresa si ferma a 39 mila euro (sotto lo stesso livello nazionale che è di 57 mila euro)  quando a Reggio Emilia è di 119 mila euro, a Modena di 110 mila e la media regionale è di 83 mila euro.

Per esportare di più bisogna sostenere le imprese che già lo fanno e moltiplicare il numero, perché solo così si ammortizzeranno gli effetti della crisi e si potranno creare nuove opportunità di crescita e di lavoro.

BOX

Delocalizzazione ed esportazione

Si dice, spesso, che  aprire una fabbrica fuori, o portare il lavoro all’estero, vuol dire toglierlo ai locali. Qualche volta può essere vero, ma non sempre. Perché a volte è semplicemente un modo per posizionarsi meglio sui nuovi mercati, in particolare quelli emergenti.  Dove stare dentro non è lo stesso che vendere da fuori. In molte situazioni questo salva anche i posti di lavoro nel paese d’origine, dove magari si progetta, si fa ricerca e si svolgono le funzioni più qualificate.

Poi spesso l’apparenza inganna. Prendiamo l’esempio del iPad della Apple, che come è noto viene assemblato nella fabbrica cinese Foxconn, che da lavoro a 230 mila addetti. Bene, uno studio dell’Università di California ha calcolato che su un prezzo di vendita dell’iPad di 499 dollari, 154 dollari sono per materiali e componenti di diversa provenienza, 150 dollari sono i profitti, e solo 33 dollari sono da addebitare alla voce  costo del lavoro, di cui appena  8 dollari, cioè meno del 2 per cento del prezzo finale,  per pagare gli operai e i tecnici cinesi. Come mai ? Semplice. Perché tutte le funzioni più qualificate come ricerca, progettazione, design, marketing,  rete distributiva, ecc., sono realizzate e gestite dalla sede centrale della Apple, che si trova in California.  Dove quindi rimane il grosso del valore aggiunto e dove la Apple paga le tasse.

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