"Chi non spera l’insperabile non lo scoprirà, poiché è chiuso alla ricerca, e a esso non porta nessuna strada"
ERACLITO (535-470 a.C)

ottobre: 2017
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Rimini: le donne che lavorano e intraprendono

Dal 2011, quando l’occupazione nella nuova provincia di Rimini a 27 comuni (compreso l’Alta Valmarecchia) raggiunge il massimo (139mila), a fine 2014 (135mila) sono andati persi 4 mila posti di lavoro.

In tempo di crisi il calo ha però colpito più gli uomini e “premiato” le donne: se infatti i primi hanno perso 5 mila addetti, le seconde ne hanno guadagnato mille.  Questo ha voluto dire che fatto uguale a cento il totale degli occupati, la componente femminile è passata da 42  nel 2011 a 44 nel 2014.  Un riavvicinamento di genere che potrebbe fare anche piacere, se non fosse ottenuto in un periodo di diminuite opportunità per tutti.

Infatti, nonostante questi dati apparentemente positivi,  lo scoppio della crisi (anno 2008)  ha profondamente inciso sulle possibilità lavorative delle donne,  interrompendo la risalita del tasso di occupazione femminile (gli occupati/popolazione in età di lavoro) che veniva avanti ininterrottamente dal duemila.  Il risultato è stato che nel periodo 2008-2014 il tasso di occupazione delle donne in provincia di Rimini, da sempre il più basso dell’Emilia Romagna, ha perso cinque punti percentuali, retrocedendo dal 58 al 53 per cento.

Le donne occupate in provincia di Rimini sono di meno non perché non abbiano voglia o necessità di lavorare, ma semplicemente a causa delle minori occasioni presenti, escluso i pochi mesi estivi (ma solo per alcune figure).  Lo dimostra il tasso di disoccupazione provinciale 2014 (disoccupati/popolazione in età di lavoro),  quasi doppio rispetto a quello maschile (più del 13 per cento per le donne a fronte del 9 per cento degli uomini)  ed oltre quattro punti sopra il dato medio regionale. Le donne, tra l’altro sempre più istruite, cercano lavoro ma non lo trovano. Una difficoltà  non nuova che viene da lontano, a conferma di un problema strutturale, che la crisi ha solo peggiorato.

Le donne comunque non si arrendono e  lo conferma il loro spirito imprenditoriale, che progredisce mentre quello degli uomini indietreggia.  Certamente dietro questa spinta ci sarà anche una parte di necessità, quando le entrate familiari si assottigliano. Almeno fino al 2013, perché nel 2014 anche loro sono costrette ad una parziale marcia indietro.

Infatti, se dall’anno d’inizio della crisi (2007) a fine 2013 le imprese a conduzione femminile sono cresciute di circa ottocento unità (da 7,4 mila a 8,2 mila), di cui 195 negli ultimi quattro anni, in contemporanea al calo di quelle maschili, nel 2014 il meccanismo pare essersi inceppato e le imprese delle donne sono ridiscese a 7,4 mila, perdendo in un anno più di quelle a conduzione maschile. In rapporto al totale delle imprese di Rimini quelle dirette da donne sono, a fine 2014, un po’ più del 21 per cento, percentuale che rappresenta due punti di meno di un anno prima.

Costante la ritirata delle imprese femminili nel manifatturiero e nelle attività immobiliari (dove la crisi ha colpito più duro), è invece altalenante la presenza in due settori tradizionali come commercio e ricettivo turistico, che ad un iniziale slancio (2013) fa seguito una parziale di ritirata l’anno successivo (2014).

Tra la varietà di servizi riuniti nella dizione “altro” , anche questi in discesa,  è stato forte il calo, tra 2013 e 2014, della sezione “attività finanziarie e assicurative”, “attività professionali, scientifiche e tecniche” e “attività artistiche, sportive e d’intrattenimento”.  Per molte forse una prova imprenditoriale non superata.   Nel quadro di una perdita generale delle imprese attive in provincia, questo conferma che anche per le donne non è agevole intraprendere.  Ciononostante sono 17 mila le donne imprenditrici della provincia di Rimini, pari al 30 per cento dell’intera imprenditoria provinciale. Un dato, però, fermo da circa quindi anni.

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