"Chi non spera l’insperabile non lo scoprirà, poiché è chiuso alla ricerca, e a esso non porta nessuna strada"
ERACLITO (535-470 a.C)

ottobre: 2017
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Rimini: giovani in via d’estinzione

La componente giovanile, intendendo quella parte della popolazione residente in provincia di Rimini con meno di 14 anni,  nell’ultimo decennio (2002-2011) ha mantenuto il suo 14 per cento sul totale (era il 16 per cento alla fine degli anni ottanta del secolo scorso), soprattutto grazie all’immigrazione, che come è noto è sempre composta da giovani nel fiore dell’età. Per rendersene conto è sufficiente rifarsi al saldo naturale e a quello migratorio della popolazione provinciale: il primo, che misura la differenza tra decessi e nati,  è stato di 168 unità nel 2002 e di 255 nel 2011 (qui però sono compresi anche i sette comuni dell’Alta Valmarecchia, che all’inizio del duemila erano esclusi), il secondo, che fa il bilancio tra chi si cancella dall’anagrafe di un comune e chi si iscrive dall’estero, è  invece risultato positivo di 2.124 il primo anno e di 2.183 il secondo. Senza questo apporto, dove rientrano anche tanti giovani figli di immigrati nati in Italia (la cosiddetta seconda generazione), la componente giovanile della popolazione sarebbe decisamente più ridotta (gli immigrati sono attualmente il 10 per cento della popolazione provinciale, quando erano il 2 per cento alla fine degli anni novanta).

Ma se il presente tiene, sul futuro si addensano molte nubi, perché non ci saranno sufficienti giovani da rimpiazzare quelli che lasceranno il lavoro per andare in pensione, passando ad ingrossare le fila della componente anziana (la diminuzione dell’imprenditoria giovanile ne è un anticipo)  che peserà sempre di più.  Questo è positivo, perché vuol dire che si vive più a lungo, ma bisogna mettere in conto anche un aumento della spesa socio-sanitaria che qualcuno dovrà pagare.

La tendenza dell’indice di ricambio della popolazione attiva, quella in età da lavoro, che misura quanti 60-64enni ci sono per ogni cento giovani da15 a19 anni, in pratica quanti sono in procinto di abbandonare il mercato del lavoro per ogni cento che si apprestano ad entrare, almeno da un punto di vista anagrafico, sono piuttosto eloquenti: in aumento costate dal 1994,  raggiungeil massimonel   2003, poi flette fino al 2006, per tornare a crescere l’anno successivo fino a tornare, nel 2011, sul valore massimo di 144.  Numero che sta a significare una cosa molto semplice: ci saranno più persone (144 appunto) che abbandoneranno il lavoro di quanti saranno candidati ad entrare (solo 100). Questo vuol dire che molte posizioni (professionali, imprenditoriali, ecc.) non potranno essere rimpiazzate.

Nella realtà quotidiana, almeno nel breve e medio periodo, questo non succederà perché ci sono troppe persone, in particolare giovani e donne, che pur avendo l’età per lavorare non trovano un impiego, ma mirando oltre l’immediato e l’emergenza la prospettiva demografica non gioca a favore di uno sviluppo economicamente e socialmente sostenibile.

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