"Chi non spera l’insperabile non lo scoprirà, poiché è chiuso alla ricerca, e a esso non porta nessuna strada"
ERACLITO (535-470 a.C)

dicembre: 2017
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Rimini ancora in crisi, con qualche spiraglio …

Se dovessimo utilizzare i due piatti di una bilancia  per  caricare da un lato  tutti i dati negativi della situazione sociale ed economica riminese, all’inizio del 2013,  e  disporre  nell’altro i pochi spiragli positivi che si intravvedono, sarebbe evidente  l’inclinazione e lo sbilanciamento dei due pesi.   Siamo ancora, come l’Italia d’altronde, in piena crisi. Una crisi che si protrae da cinque anni (non dappertutto, perché nel resto del mondo l’economia è cresciuta, anche nel 2012, del 3,2 per cento) con tutto il suo carico di negatività: le imprese che cominciano a diminuire,  la cassa integrazione straordinaria che copie un balzo in avanti enorme, preludio, speriamo di no, di futuri licenziamenti, quindi disoccupazione in crescita, soprattutto quella giovanile e delle donne, dove Rimini detiene il triste primato di essere da troppo tempo ai vertici dell’Emilia Romagna.

Negli anni scorsi c’èra stata una buona ripresa delle esportazioni, che almeno servivano a compensare la scarsa domanda interna, ma anche questo sbocco pare essersi esaurito, colpa anche  del rallentamento degli scambi internazionali, che comunque si mantengono con segno positivo.

Però qualche segnale di ottimismo  si coglie anche nell’economia riminese e viene in modo particolare dalle società di capitale, o almeno una parte, che rappresentano  un sesto di tutte le imprese attive. Di positivo c’è che esaminando i loro bilanci, come ha fatto la Fondazione dei Dottori Commercialisti di Rimini, si vede che, nonostante la situazione non facile, i loro fatturati tra il 2009 e 2011 sono aumentati, ed è aumentato anche il capitale investito, ad accezione del settore Costruzioni. Cosa vuol dire ?  Che molte imprese, le più strutturate, hanno affrontato la crisi non ripiegandosi su se stesse ma diventando più competitive, facendo ricerca e innovazione, aprendosi ai mercati esteri.  Ed i risultati si vedono.

Un metodo che andrebbe allargato alle altre imprese, costruendo filiere per superare i limiti della piccola dimensione, che da noi sono la stragrande maggioranza,  investendo di più nei giovani talenti, facilitando e supportando la nascita di nuove attività  nei settori più competitivi, riaprendo il credito, tagliando sul serio la burocrazia e mettendo un freno all’invadenza, spesso priva di senso, del fisco.

Tutte cose che però non nascono da sole e che difficilmente una piccola impresa (per le grandi è diverso) può affrontare isolatamente.  Ci vorrebbe un pacchetto congiunto lavoro-impresa, ma sembra che nemmeno il Prefetto, pur con tutta la buona volontà, ci stia riuscendo.  Perché Rimini ha un problema: una classe dirigente, pubblica e privata, priva di visione generale e troppo lontana dall’economia reale. Quindi, di fatto, assente.  A Roma, il neo eletto sindaco ha parlato subito di un “pacchetto lavoro” come priorità, da noi si arriverà alle prossime elezioni senza mai nominare l’argomento. Non è una differenza da poco.

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