"Chi non spera l’insperabile non lo scoprirà, poiché è chiuso alla ricerca, e a esso non porta nessuna strada"
ERACLITO (535-470 a.C)

settembre: 2017
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Quando tutto è nelle mani di una persona

di Domenico Chiericozzi

Nei mesi scorsi si è più volte sentito dichiarare che le aziende dopo la crisi (quando se ne uscirà) non saranno più come prima. Questo è vero, proprio perché ogni realtà economica interagisce costantemente con l’ambiente esterno, modificandosi. L’analisi condotta da TRE sui dati Unioncamere e pubblicata nelle pagine precedenti, propone ora una lettura collaterale ai fatti più noti della crisi economica. In luce ci sono i cosiddetti fattori interni alle imprese. Per fare il punto della situazione e conoscere più da vicino le specificità delle aziende riminesi, abbiamo chiesto un commento sul nostro sistema economico e produttivo al Prof. Giuseppe Savioli, dottore commercialista a Rimini e professore straordinario di ragioneria e docente di tecnica professionale presso la Facoltà di Economia di Forlì dell’Università di Bologna.
Prof. Savioli, qual è la specificità più evidente del nostro sistema economico?
“La principale caratteristica è quella di essere costituito da microimprese a conduzione familiare. Emerge dai dati dell’Ufficio Studi della Camera di Commercio: su 35.591 imprese operanti nel primo semestre 2010, ben 31.318 sono comprese nella fascia tra zero e cinque addetti. Ne consegue che tutte funzioni aziendali sono concentrate sulla figura dell’imprenditore, che da solo svolge sia l¹attività direzionale che gran parte di quelle operative”.
Questo cosa comporta in termini di competitività?
“Per rispondere è necessaria una premessa teorica. Un’impresa è in equilibrio economico quando riesce a remunerare congruamente tutti i fattori produttivi impiegati  e lascia un margine di utile. Che cosa significa remunerare congruamente? Remunerare conformemente alle condizioni di mercato: per esempio pagare l’apporto di lavoro secondo gli accordi contrattuali che prevedono orari, ferie, permessi eccetera. Nell’azienda di famiglia succede che gran parte del lavoro spesso è erogato direttamente dall’imprenditore e dai suoi famigliari, i quali investono energie ben superiori a quelle di un ipotetico dipendente. Ne consegue che nel conto economico di queste imprese, la voce costo del lavoro è largamente sottostimata. Se, al contrario, l’azienda dovesse corrispondere al titolare ed ai propri famigliari remunerazioni adeguate all’impegno profuso, molti conti economici uscirebbero probabilmente in perdita”.
Quindi?
“Le aziende sarebbero quindi espulse dal mercato e chiuderebbero. L’impresa familiare genera quindi coesione sociale perchè non rilascia unità sul mercato del lavoro. In caso contrario, statisticamente, ci sarebbe una disoccupazione maggiore”.
Più in generale, che cosa nota della nostra classe imprenditoriale?
“I nostri imprenditori hanno grossissime capacità, dedizione ed attaccamento all’azienda, ma basano la propria azione più sull’esperienza personale e su intuizioni che su di un affidabile sistema di controllo di gestione. Non abbiamo statistiche adeguate per esprimere un giudizio generale, faccio quindi riferimento ad esperienze individuali. Credo che qualche studio al riguardo sarebbe il caso di farlo, ma ritengo che, in linea generale, vi sia un sistema manageriale e di controllo di gestione non adeguati. Questo vale per tutti i settori”.
Che cosa intende con “non adeguati”?
“Che la gestione è più incentrata sul quotidiano che sulla pianificazione strategica e operativa; mancano gli strumenti per rilevare e monitorare i punti di forza e di debolezza dell’azienda, per prevenire le situazioni di difficoltà, per anticipare gli eventi futuri e non subirli. Le imprese non sono generalmente dotate di strumenti per monitorare né le tendenze del mercato né gli equilibri interni aziendali, come l’adeguatezza della struttura patrimoniale o la coerenza fra investimenti e fonti di finanziamento, procedendo così a tempestive ricapitalizzazioni o a ristrutturazioni del debito”.
Riusciamo a essere ancora più precisi?
“Prendiamo ad esempio la legge 231 (una legge affinchè le imprese non commettano reati, ndr) che anche tra le nostre imprese è pochissimo applicata. Non è obbligatoria ma rappresenterebbe una grande opportunità per rendere il nostro sistema di imprese più efficiente. E’ vero che ogni norma molto spesso è considerata invasiva, fonte di costi, adempimenti burocratici, problematiche attuative. Tuttavia l’imprenditore dovrebbe far sì che il modello di organizzazione e controllo che la 231 richiede, diventi l’occasione per operare virtuosamente. Adottare cioè sistemi direzionali che consentano di indirizzare e monitorare i comportamenti dei collaboratori, l’adeguato utilizzo delle risorse aziendali, individuare e gestire i rischi d’impresa. Tra l’altro la 231 sta ampliando enormemente la sua sfera di applicabilità, dato che copre quasi tutti i reati che possono essere commessi nell’ambito della gestione d’impresa, giungendo a ricomprendere anche gli infortuni sul lavoro. Le sanzioni previste in caso di inosservanza vanno ben al di là di quelle pecuniarie, comunque pesanti, giungendo a sanzioni di tipo amministrativo come, ad esempio, il divieto di contrarre con la pubblica amministrazione, la revoca di licenze e autorizzazioni, l’interdizione all’esercizio dell’attività, l’esclusione o la revoca da contributi e finanziamenti sino, addirittura, al commissariamento, ossia alla sostituzione dell’amministratore con un soggetto di nomina giudiziaria”.
Qual è dunque la specificità, il punto di forza del sistema?
“Con un costo del lavoro nettamente inferiore rispetto ad imprese più strutturate, le microimprese a conduzione familiare riescono ad essere molto competitive nonostante la mancanza di altre qualità”.
Il principale punto di debolezza invece?
“Si tratta di imprese che hanno scarse possibilità di crescere e di svilupparsi”.
Un esempio?
“Prendiamo il principale distretto economico del nostro territorio: il turismo. Il modello incentrato sul singolo albergo è destinato ad essere superato perche vi è esigenza di ribaltare i costi fissi, che in un albergo sono altissimi, su di un numero più ampio di camere, ottenendo un costo unitario conseguentemente più basso. Ciò è evidentemente possibile solo con una forte iniezione di managerialità. Credo che il futuro sarà un’offerta pluristabilimento, dunque catene di alberghi”.
Oltre la questione dei costi fissi?
“La maggiore dimensione offre la possibilità di innovare in tanti aspetti.  Quello che è consentito ad una catena di dieci alberghi non è consentito al singolo albergo perché i costi dell’innovazione non sarebbero recuperabili con il più limitato fatturato. Si pensi, ad esempio, agli investimenti in marketing oppure alla possibilità di attrarre manager adeguati. Questa e una strada che prima o poi si dovrà perseguire”.

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