Qualità della vita 2020 a Rimini: ritardi che vengono da lontano

Nell’ultima classifica sulla qualità della vita, stilata dal Sole 24 Ore, che ha incoronato Bologna come campione d’Italia, la provincia di Rimini scende, rispetto ad un anno prima, di 19 posizioni e compare al 36mo posto, ultima tra le province dell’Emilia Romagna.

Ora, al di là delle classifiche, che hanno un valore relativo perché dipendono dalle variabili prese in considerazioni, tanto che in un’altra graduatoria, sempre relativa alla Qualità della vita 2020, comparsa poco prima, questa volta pubblicata da Italia Oggi, la provincia di Rimini addirittura si posiziona al 68mo posto, perdendo sempre rispetto l’anno precedente, è il valore di alcuni significativi indicatori socio-economici che dovrebbe preoccupare e stimolare una attenta riflessione.

Per esempio, il fatto che il reddito pro capite disponibile in provincia di Rimini sia solo di 17 mila euro, quando a Bologna supera i 27 mila, a Modena  25 mila e  Parma 24 mila euro, per citare i maggiori. Stiamo parlando di differenze non proprio marginali, perché nel caso del capoluogo regionale la distanza è del 60 per cento. Un po’ meno quella con le altre.

Se Rimini non primeggia stanno un po’ meglio Forlì-Cesena e Ravenna, ma nessuna provincia della Romagna compete con le emiliane.

Meno reddito disponibile vuol dire una spesa delle famiglie minore (perché non si può spendere quello che non si ha), anche se l’entità dei depositi bancari per abitante farebbe pensare a dei buoni gruzzoletti messi da parte. Con l’avvertenza, però, che le medie offuscano molto le differenze. Magari qualcuno in banca ha tanti denari, ma tanti probabilmente niente.  Ce lo ricorda la Caritas quando segnala un aumento della povertà, causa anche il covid, tra molti italiani.

A questo punto qualcuno, animato dalla ricerca del famoso capro espiatorio, potrebbe essere tentato di dare tutta la colpa al virus, che ha colpito particolarmente duro le località turistiche (ricordiamo che, in tempi normali, nel nostro turismo lavorano oltre trenta mila persone). Questo è senz’altro vero, come dimostrano i dati sui protesti per mille abitanti dove Rimini è in testa con oltre 4 mila euro, ma è una spiegazione parziale. Anche se per certi versi rassicurante, perché semplifica una realtà più complessa.

Parziale perché certe differenze, se vogliamo ritardi, soprattutto per quanto riguarda Rimini, hanno una storia più antica. Basterebbe sapere che già nel duemila, quando le pandemie erano solo argomento dei libri di storia o di qualche romanzo, il valore aggiunto pro capite, che vuol dire la ricchezza creata con le attività economiche, in provincia di Rimini non arrivava a 20 mila euro, quando a Bologna era quasi a 28 mila euro e a Modena e Reggio Emilia superava  26 mila euro. Per queste province si tratta del 40 e 30 per cento in più.

 Nel 2019, cioè dopo quasi un ventennio, Rimini ha appena recuperato tre punti percentuali sul capoluogo regionale. Con questo ritmo ci vorranno almeno quarant’anni per mettersi in pari. Ammesso che Bologna resti ferma.

Questo capita, lo ripetiamo non c’entra il covid, che al massimo ha peggiorato la situazione, perché il sistema produttivo di questa provincia produce meno valore da distribuire.  Se ci fossero dei dubbi la conferma arriva anche da un altro dato: un occupato di Rimini produce, nel suo posto di lavoro, un valore aggiunto medio di circa 59 mila euro l’anno, che a Modena sale a 70 mila, a Reggio Emilia e Bologna, le tre al vertice regionale, 69 mila euro. Tra il 17 e il 19 per cento in più.

Cifre che vogliono  semplicemente dire che i posti di lavoro non sono tutti uguali. Vanno contati, ma ne va misurata anche la produttività.  Che dipende  dal settore di attività, dagli investimenti, dalle abilità e dalla formazione del personale. Con una relazione stretta tra i due: perché sono le attività più innovative e competitive  (testimoniata anche dalla quota di export sul pil provinciale,  dove Rimini è di nuovo nella parte bassa della classifica) a domandare le persone meglio formate e dai profili professionali più elevati. Succede anche dalle nostre parti, anzi tante imprese cercano personale che non riescono a trovare facilmente, ma in forma insufficiente.

Allora non è un caso se a Bologna i giovani 25-39 anni in possesso di una laurea rappresentano il 41 per cento della loro fascia d’età e a Modena il 32 per cento, mentre a Rimini, con Ravenna, si fermano al 25 per cento. E nonostante i laureati siano molti di meno, il sistema produttivo locale domanda meno della metà dei giovani residenti di questa provincia che ogni anno conseguono una laurea. La ragione per cui tanti poi emigrano.

Il tasso di occupazione  (sono le persone che lavorano ogni cento) regionale più basso e il gap occupazionale uomo/donna più alto (la differenza tra il tasso occupazionale maschile e femminile), sempre in Emilia Romagna, si aggiungono ai ritardi di cui si discute. Perché anche loro dipendono dal sistema produttivo vigente.

Situazioni e fenomeni che, per Rimini, non sono  recenti, ma si trascinano da qualche decennio. A conferma che i problemi sono strutturali, cioè non dipendono dalla contingenza del momento, e vanno molto più indietro nel tempo.

Un sistema produttivo che genera meno valore, oltre a stipendi più bassi (in media 16 mila euro l’anno a Rimini e 26 mila euro a Bologna) produce anche, perché si pagano meno contributi, pensioni di importi minori. Infatti una pensione di vecchia che a Rimini vale in media 1.063 euro, a Bologna diventa di 1.352 euro e poco meno nella altre province emiliane. Vuol dire che un pensionato riminese deve accontentarsi di un terzo di meno di un suo collega di Bologna e dintorni.

Un alto spirito imprenditoriale, testimoniato dal buon numero di start-up (nuove imprese), come pure di imprese giovanili e femminili sono segnali di vitalità, ma non modificano il quadro complessivo, perché anche qui il problema non è solo fare impresa, ma che tipo di impresa e per produrre cosa.  Di nuovo si torna alla qualità delle imprese e di quello che producono, beni o servizi che siano. Che non può essere scollegato dall’ecosistema produttivo del contesto.

In una dichiarazione recente il sindaco di Rimini Andrea Gnassi ha detto che “nel 2022-2023 ci sarà un rimbalzo positivo e Rimini sarà 10 anni avanti alle città che in questo periodo non hanno avviato i processi di cambiamento che abbiamo fatto noi” (10 dicembre 2020).

Ce lo auguriamo. Vuol dire che dobbiamo correre molto. Perché partiamo da dieci anni, forse più, indietro.  

In Emilia Romagna è stato di recente firmato il nuovo “Patto per il lavoro e per il clima”, dove si parla di disuguaglianze territoriali, ma più in riferimento alla montagna e alle aree periferiche, che tra province. Sarebbe il caso di far presente anche queste altre disuguaglianze, che non sono meno importanti, da sanare, delle altre. 

Il lavoro, e il contrasto al lavoro povero, la riduzione del gap di genere e il valore dell’impresa figurano tra gli obietti strategici del Patto, ma poi vanno calati sulle singole realtà. Che come abbiamo visto non sono tutte uguali.

I fondi europei del Next Generation UE (Prossima Generazione dell’Unione Europea), che arriveranno anche in Regione,  potrebbero essere una occasione irripetibile per riequilibrare lo sviluppo regionale. Sempre che qualcuno lo faccia presente e prepari  piani e progetti adeguati.  Al momento non sono in vista.

Forse si attende che le soluzioni arrivino spontaneamente dal mercato, quando è oramai certo che non accadrà. Anzi, il mercato tende a rafforzare gli ecosistemi forti, soprattutto in Emilia, già presenti. Basta vedere dove vanno gli investimenti: Philip Morris a Crespellano, vicino Bologna, il Gruppo cinese della auto Faw nella Motor Valley emiliana, tra Modena e Regio Emilia. L’elenco potrebbe continuare.

Magari dovrebbero essere i giovani a farsi sentire di più.