"Chi non spera l’insperabile non lo scoprirà, poiché è chiuso alla ricerca, e a esso non porta nessuna strada"
ERACLITO (535-470 a.C)

ottobre: 2017
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Province: se questa è la riforma

di Mirco Paganelli

Molto rumore per nulla. C’è da citare Shakespeare nel raccontare la storia della cancellazione delle province, perché capire quanto questa eccezionale operazione sia effettivamente convenuta al cittadino è cosa assai ardua. Sia sul piano algebrico che politico.
Venduta dai governi Monti, Letta e Renzi come una soluzione per far risparmiare denari allo Stato (ergo ai contribuenti), a due anni dall’entrata in vigore della legge Delrio la situazione non si è ancora assestata. Come abbiamo più volte ribadito, non si è trattato di una cancellazione vera e propria delle province, quanto di un ridisegno dell’assetto istituzionali dei territori. Le strutture provinciali non sono infatti scomparse. Semmai hanno cambiato datore di lavoro i suoi dipendenti, passando dalla Provincia alla Regione. Quelle istituzioni che prima avevano un forte carattere provinciale – come Protezione civile, Centri per l’impiego e Arpa – sono state riunite in agenzie regionali. Cosa è stato eliminato del tutto? Giunte e consigli provinciali, ovvero il personale eletto dai cittadini.

Ora, si prenda una bilancia. Si mettano su un piatto i soldi risparmiati sulle indennità del personale politico, sui tagli alle province e con l’unione di alcuni servizi. Dall’altra parte si pesino la confusione generatasi negli ultimi anni sul chi-gestisce-che-cosa (con relativi disservizi per i cittadini), l’allontanamento dai territori dei centri decisionali (come quello per il lavoro) e il possibile aumento dei salari per gli ex dipendenti provinciali. Riuscire ad affermare con certezza se sia convenuto o meno smantellare il precedente sistema governativo risulta ad oggi azzardato. Senza dimenticare che dal referendum del 4 dicembre, con un’eventuale approvazione della riforma costituzionale e la sua manomissione all’autonomia dei territori, si dovrebbe mettere di nuovo mano alla materia.

Come ha vissuto la Provincia di Rimini questa fase di transizione? Ad avere le idee chiare è la CGIL locale, secondo il cui Segretario generale per la Funzione pubblica, Elisabetta Morolli, ai cittadini non sarebbe affatto convenuta questa operazione, e – afferma – per motivi concreti. “La Provincia si occupa di funzioni importanti come l’osservatorio per le cooperative sociali e gli appalti, la manutenzione delle strade e delle scuole. Da due anni non ci sono più risorse per queste materie e i disservizi sono sotto gli occhi di tutti. Se non si monitorano gli appalti, ad esempio, si offre terreno fertile all’illegalità e alle mafie. La provincia di Rimini era giovane, ma funzionava bene. Sono stati eliminati, sì, i politici (tra l’altro mi piacerebbe sapere come sono stati reinvestiti questi tagli), ma ha trovato la fine anche un importante organo come il coordinamento pedagogico provinciale. Per non parlare della batosta subita dal Centro per l’impiego (Cpi) di Rimini che è sempre stato un’eccellenza nell’avvicinare la scuola al mondo del lavoro. Ma invece di esportare queste buone pratiche verso altre province amministrate in malo modo, il legislatore ha preferito azzerare tutti e smantellare uffici che avvicinavano il cittadino alle istituzioni. Si è trattato di una scelta demagogica; dopotutto è sempre stato facile prendersela con i dipendenti pubblici. Il cittadino dava per scontato molti dei servizi erogati dalla Provincia, e ora che se ne sente la mancanza la gente comincia a protestare”.

Sono oltre 1.200 i componenti dell’ex personale delle province emiliano romagnole che hanno cambiato casacca. Nella Provincia di Rimini sono 94, di cui 19 passati ad Arpa e 75 alla Regione. L’incertezza grava per quelli rimasti in capo al vecchio ente. “La Provincia esiste ancora, ma come ente fantasma – prosegue Morolli -. Al suo interno lavorano persone che non si sentono valorizzate, in attesa di capire come la Regione intenda riorganizzare i servizi. Va altrettanto male per i 7 precari del Cpi: la loro sorte è incerta”.
È vero che aumenteranno i salari di chi è passato alla Regione? “Per ora non sono diminuiti, ma ancora non si sono stabilizzati e si sta lavorando per omogeneizzarli a livello regionale: un processo che durerà 3 o 4 anni. I fondi provinciali per la parte variabile degli stipendi (quella relativa ai premi di produttività e alla responsabilità ricoperta da ciascuno) sono stati portati in regione. Di certo l’omogeneizzazione non sarà al ribasso e i loro salari potrebbero salire”. Critica la CGIL anche nei confronti della politica locale, rea di fare pochi ragionamenti per Area vasta, come incentiva la legge. “Su questo fronte tutto tace. La politica non si muove. Per ora si sono fusi autonomamente soltanto alcuni singoli uffici”.

Sull’efficacia del riordino delle province non si sbilancia troppo l’assessore regionale Emma Petitti, che ha tra le deleghe il riordino istituzionale. Si è trattato di una mossa demagogica del Governo per arginare un consenso popolare ai minimi storici, o di una razionalizzazione lungimirante dell’apparato statale che ha come unico fine il miglioramento della vita dei cittadini e delle imprese? A Bologna si è in attesa di capire in che modo riusciranno a lavorare insieme le ex province tramite le aree vaste e quale sarà l’esito del referendum costituzionale del 4 dicembre. Intanto il cittadino, sopraffatto da operazioni di cui non ne vede la fine e dagli esiti difficilmente computabili, resta ancora smarrito di fronte alla bilancia.

Assessore Petitti, la legge Delrio per ora ha fatto risparmiare l’indennità di qualche ex consigliere provinciale, scatenando il panico tra i dipendenti delle province, togliendo risorse ad alcune funzioni fondamentali e costringendo la Regione a riorganizzarsi. Lei è soddisfatta di come è stata portata avanti l’operazione dal Governo?

“Con la riforma Delrio, il Governo ha voluto affrontare la profonda difformità tra le province a livello nazionale dato che da altre parti, esse non hanno dato grande prova di governance. Nella sua riorganizzazione, la Regione Emilia-Romagna ha scelto di non ricentralizzare le funzioni, ma solo di dargli un assetto più consono alle esigenze della modernità attraverso la creazione di ‘Centri di competenza inter-istituzionali’, l’istituzione e la revisione del sistema di Agenzie: Protezione civile e sicurezza del territorio, Arpae e Agenzia per il lavoro in primis”.

In Romagna siamo ancora lontani dal ragionare in termini di Area vasta. Come mai?

“La Romagna, così come Parma e Piacenza, stanno dando ormai da tempo una grande prova di capacità aggregativa, anche in ragione delle stesse propensioni politiche. In questo senso si inseriscono i primi progetti di sperimentazione tra Rimini, Forlì-Cesena e Ravenna e stanno vedendo la luce i primi accordi attuativi per l’integrazione di servizi tecnici come la gestione informatica e la pianificazione territoriale. La legge ha previsto che il percorso di costruzione delle aree vaste avvenga dal basso attraverso la formazione di proposte dei territori. Sono loro i protagonisti ai quali è lasciata la possibilità di individuare liberamente quali funzioni esercitare in forma associata, con l’idea che le aree vaste non ricalchino per forza i confini delle vecchie province”.

Però, a parte l’Area vasta sanitaria di Romagna, dove peraltro vige una certa difficoltà ad omologare le diverse politiche gestionali delle singole Ausl, poco altro si è mosso.

“Le province hanno previsto di avviare, in via prioritaria, la gestione associata di una serie di funzioni come la tutela e l’uso del territorio, lo sportello unico per le attività produttive e la semplificazione amministrativa. La sperimentazione di area vasta è un lavoro lungo e ci troviamo ancora in una fase di assestamento dei nuovi ordini di competenze, ma a questa fase seguirà un nuovo assetto istituzionale di tutta la Regione. Seguiamo una logica più moderna, aderente alla realtà materiale dei territori, fondata più sulla rete delle relazioni reali tra i territori che sulla mera vicinanza territoriale”.

Quali sono state le priorità della Regione nel riordino delle province?

“Al centro dell’azione della Giunta c’è stata la garanzia della continuità di esercizio delle funzioni provinciali riformate dalla legge Delrio. Per garantire la tenuta occupazionale e finanziaria degli enti coinvolti dal riordino, la Regione Emilia-Romagna ha messo in campo 60 milioni di euro per coprire le spese del personale e la gestione delle funzioni”.

In tanti però lamentano i contraccolpi subiti negli ultimi due anni da alcune funzioni in capo alle province.

“È ovvio che la contrazione delle capacità amministrative ed economiche degli enti interessati, soggetti a profondi cambiamenti e a tagli per contribuire al risanamento del bilancio pubblico, non hanno reso semplice lo svolgimento di alcune attività. Dal 2016, però, non vi è stata interruzione nella gestione di queste funzioni e stiamo lavorando in stretto rapporto col Governo per limitare al massimo possibili ulteriori contraccolpi sui bilanci degli enti di area vasta anche per i prossimi anni”.

Ci saranno aumenti di salari per il personale assorbito dalla Regione?

“La legge regionale sul riordino delle funzioni impone che i compensi di produttività, la retribuzione di risultato e le indennità accessorie del personale trasferito non possano essere incrementate fino all’applicazione del contratto collettivo decentrato. Tuttavia la Regione sta individuando con i sindacati dei percorsi che possano gradualmente colmare la significativa differenza di retribuzione fra ex provinciali e regionali”.

La riforma costituzionale e il suo spostamento di poteri dalle Regioni allo Stato non rischia di cambiare le carte in tavole?

“Abbiamo discusso molto sul futuro assetto locale nel caso venga approvata la riforma costituzionale e va sottolineato che la legge di riordino che si è data la Regione Emilia-Romagna anticipa l’approdo della stessa riforma, seguendo la logica delle aree vaste. Per quanto concerne il passaggio di competenze da Regione a Stato, se è vero che da un lato la riforma riduce gli spazi di autonomia legislativa delle regioni, dall’altro i governi territoriali potranno condizionare, attraverso i consiglieri e i sindaci eletti al Senato, le scelte politiche più alte prese dallo Stato. Un’innovazione che richiede una maggiore responsabilizzazione delle amministrazioni territoriali”. Di nuovo, dobbiamo restare in attesa.

 

Totale personale trasferito per destinazione

     
Provincia ARPA Regione Emilia Romagna Totale
Città Metropolitana di Bologna

51

225

276

Provincia di Ferrara

34

88

122

Provincia di Forlì-Cesena

27

137

164

Provincia di Modena

26

93

119

Provincia di Piacenza

18

71

89

Provincia di Parma

31

88

119

Provincia di Ravenna

21

92

113

Provincia di Reggio Emilia

16

90

106

Provincia di Rimini

19

75

94

Totale complessivo

243

959

1202

 

 

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