"Chi non spera l’insperabile non lo scoprirà, poiché è chiuso alla ricerca, e a esso non porta nessuna strada"
ERACLITO (535-470 a.C)

dicembre: 2017
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Precari: l’anello più debole

Questa lettera spiega molte cose (la difficoltà ad ottenere informazioni, le lungaggini della burocrazia, ecc.,) ma ne mette in evidenza una  in particolare: che in questo paese  milioni di lavoratori precari  non godono di nessuna tutela di reddito.  Ed evidenzia anche  un paradosso:  l’INPS che concede alle imprese la rateizzazione dei versamenti, quindi è una pratica perfettamente legale e molto diffusa in questo momento di crisi,  poi la utilizza (perché se rateizzi un versamento lo puoi diluire nel tempo) per negare un minimo di sussidio  (stiamo parlando di poco più di un migliaio di euro) a chi, pur avendone diritto,  è rimasto senza lavoro.  Facendo di fatto pagare all’anello più debole della catena tutte le difficoltà economiche del momento. Questa situazione rende urgente l’istituzione di una indennità di disoccupazione universale e per tutti quelli che perdono un lavoro o pur cercandolo non riescono a trovarlo.

di Mara Tamborra

Voglio raccontare la mia esperienza riguardante la richiesta dell’indennità una tantum del sussidio di disoccupazione e che purtroppo finora non ha certo avuto un lieto fine.

Da marzo del 2012 fino a gennaio 2013 ho lavorato con un contratto a progetto espletando il servizio di assistenza tecnica presso un ente pubblico. La società che mi ha commissionato il lavoro è una società privata e, a fine incarico decorsi i due mesi canonici per poter presentare la domanda e di conseguenza richiedere il sussidio, mi sono rivolta ad un patronato Acli che ha inoltrato la mia richiesta all’INPS. I contratti a progetto rispetto ai lavori da dipendente non danno diritto al sussidio di disoccupazione mensile,  ma appunto ad una indennità che viene erogata una tantum e che corrisponde  al 30% del reddito di lavoro percepito nell’anno precedente (nel mio caso l’anno di riferimento era il 2012).

I requisiti per avere diritto all’indennità sono i seguenti:

  • Monocommittenza durante l’ultimo rapporto di lavoro, ovvero quello per il quale si è verificato l’evento di fine lavoro;
  • Il rapporto di lavoro deve cessare per fine lavoro e non per altre cause;
  • Il reddito dell’anno precedente non deve superare i 20.000 euro e non deve essere inferiore ai 5.000;
  • Deve esserci, quando si presenta la domanda, assenza di contratto di lavoro da almeno due mesi;
  • Accredito contributivo di almeno una mensilità nell’anno di riferimento (nel mio caso il 2013) e di almeno tre mensilità nell’anno precedente.

Dopo uno scambio di comunicazioni sia telefoniche che via email con la persona del patronato che ha seguito la pratica, mi è giunta la comunicazione ufficiosa che l’indennità non me l’avrebbero concessa in quanto la mia azienda stava versando i contributi di tutti i suoi collaboratori in maniera rateizzata.

Poiché volevo arrivare fino in fondo alla questione e rendermi conto esattamente cosa stava succedendo, mi sono rivolta direttamente all’Inps e tramite l’Urp ho preso svariati appuntamenti con i funzionari preposti per cercare di capire meglio la mia posizione. Mi sono rivolta sia al funzionario che materialmente eroga questi sussidi, che alla persona che si occupa di gestione separata (le persone con contratto a progetto o meglio i parasubordinati sono iscritte appunto in un fondo pensionistico  a parte, che si chiama gestione separata).

Tra una verifica e l’altra e un appuntamento e l’altro sono trascorsi diversi mesi e ad ottobre 2013 mi è stato detto che non mi avrebbero concesso l’indennità, ma che avrei potuto presentare ricorso sempre attraverso un patronato, quando l’azienda presso la quale ho lavorato, cesserà di versare i contributi di tutti i dipendenti (il versamento è unico).

Da gennaio 2013, a parte qualche collaborazione occasionale, non ho più trovato un lavoro regolare e credo che quell’indennità mi spetti di diritto, visto che ero in possesso di tutti i requisiti a livello personale e considerato anche che comunque l’azienda che versa i contributi in modo dilazionato, insieme ad essi, corrisponde anche degli interessi. Rimane molta delusione e forse anche un pizzico di incomprensione nei confronti di questi apparati che se lavorassero in maniera meno rigida probabilmente contribuirebbero a dare una mano a tante categorie di lavoratori  di serie B come quella degli atipici.

Ritengo che questa sia una procedura ingiusta e che non tuteli minimamente queste forme di contratto già di per se molto precarie

 

 

 

 

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