"Chi non spera l’insperabile non lo scoprirà, poiché è chiuso alla ricerca, e a esso non porta nessuna strada"
ERACLITO (535-470 a.C)

ottobre: 2017
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Piccoli musei per grandi potenzialità

di Stefano Rossini

Piccoli musei crescono, è proprio il caso di dirlo! Da quest’anno, infatti, esiste un’associazione nata per studiare e capire le peculiarità dei piccoli musei e diventare un interlocutore con tutti quegli enti per cui questa realtà è spesso sconosciuta.

Ideatore, promotore e attuale Presidente dell’Associazione è Giancarlo Dall’Ara, consulente e docente di marketing nel turismo, Coordinatore Assise Italiana dell’Ospitalità, e Presidente dell’associazione Nazionale Alberghi Diffusi.

Come è cominciata la storia dei piccoli musei?

“Tutto è partito da Rimini. Nel 1995 ho tenuto, per un gruppo riminese, una serie di seminari dedicati ai piccoli musei. La prima realtà contro cui ci si scontra è che i musei di piccole dimensioni sono la stragrande maggioranza del paese, ma nel contempo la categoria meno considerata. Le leggi e le norme degli enti regionali o statali che dovrebbero regolarli, sono per lo più indirizzate ai grandi musei, e in questo modo non solo i piccoli sono tagliati fuori, ma nel contempo non rientrano nelle liste e negli standard di qualità e spesso non riescono ad accedere ai finanziamenti. Insomma: non sono considerati!”

Da qui l’Associazione?

“L’associazione è stata diretta conseguenza di questo ragionamento. Nel 2010, insieme a Giorgio Tonelli e all’allora Direttore del Museo di Rimini l’architetto Pier Luigi Foschi ci siamo incontrati a Castenaso, in provincia di Bologna per parlare di questa realtà con gli addetti ai lavori. Sono arrivate più di cento persone e subito è emersa pressante la richiesta di dare vita ad un’associazione. L’anno seguente ci siamo incontrati a Padova, ed erano presenti più del doppio dei partecipanti con la stessa richiesta: dare vita ad un’associazione”.

Qual è il ruolo concreto dell’Associazione? – che, ricordiamo, si può trovare all’indirizzo www.piccolimusei.com ed ha anche un blog: piccolimusei.blogspot.com

“Per prima cosa elaborare un documento concreto per mettere in evidenza le peculiarità dei piccoli musei, i loro punti di forza e tutti gli elementi che possono aiutare a valorizzarlo. Ad esempio, quali figure servono, quali operazioni si possono fare per rendere tutto al meglio? Bisogna rendersi conto che un piccolo museo non va considerato come un museo ridotto, in cui cambiano solo le dimensioni ma le dinamiche sono le stesse dei fratelli maggiori. E’ molto importante avere un buon rapporto col territorio – è infatti più probabile che il museo sia visitato dai cittadini e non da turisti. Serve una diversa accoglienza. E con accoglienza non si intende la cassa, il guardaroba, ma una persona che possa accogliere, spiegare, raccontare le ragioni del museo. Una persona che va formata”.

Eppure in un periodo del genere, in cui mancano i fondi per le strutture più prestigiose, non è utopistico chiedere qualcosa per questi musei?

“In Italia ci sono più di 3.400 musei, il 90% dei quali piccoli. Ma ci sono anche 58 milioni di persone e 100 milioni di turisti. E’ una questione di numeri e di flussi. Se si riesce a rendere il museo non solo una struttura che deve conservare e rinchiudere, ma un soggetto che li vuole rendere fruibili, capace di invogliare e incuriosire le persone allora gran parte del lavoro è fatta. La nostra associazione è fatta di volontariato, e ai musei chiediamo 50 euro per l’iscrizione. Il periodo è quello che è, nessuno si sogna di arricchirsi in questo modo, ma se si cambiasse la mentalità e la gestione dei piccoli musei potrebbero sicuramente funzionare meglio e lavorare di più”.

Qualche idea?

“I piccoli musei spesso cercano di scimmiottare i grandi. Perché fare un bookshop all’uscita che spesso offre poco? Non sarebbe meglio una bottega di qualità che invece che all’uscita sia l’ingresso del museo, in modo che chi entra poi si incuriosisce.  Un’altra cosa che mi viene in mente potrebbe essere un sistema per eliminare le code all’ingresso. Perché non mettere la cassa all’uscita? In modo da evitare di lasciare la gente fuori al freddo o sotto il sole. Si paga quando si esce (ovviamente facendo conoscere all’ingresso il costo con dei cartelli), ma almeno se c’è la fila le persone possono approfittare e rimanere un altro po’ all’interno del museo”.

Il territorio riminese ha qualche peculiarità?

“No. Nel bene e nel male la situazione rispecchia quella complessiva, se non per il fatto che questo progetto ha molto di riminese. Oltre a Foschi tra i fondatori nel consiglio direttivo ci sono altri due riminesi: Giampaolo Proni, professore di Semiotica all’università di Rimini e Giorgio Gallavotti, direttore del museo del bottone di Santarcangelo di Romagna”.

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