"Chi non spera l’insperabile non lo scoprirà, poiché è chiuso alla ricerca, e a esso non porta nessuna strada"
ERACLITO (535-470 a.C)

dicembre: 2017
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Piccole patrie: quando gli “altri” siamo “noi”

Sulla scia, poco originale, dello slogan (prima l’America) del neo presidente americano, non mancano, in Italia, gli emuli pronti a rilanciare  la versione nazionale  “prima gli Italiani”, propedeutico, immaginiamo,  a “prima la mia Regione”, poi “prima la mia città”, quindi “prima il mio quartiere” e così a seguire, fino all’individualismo assoluto,  cioè “prima io”..gli altri forse, comunque dopo.   Per paradosso, tutto questo veicolato da mezzi, come internet e social media, che sono l’opposto  di  nazionalismi e localismi.

Ma ragionando un po’, cosa vuol dire esattamente  “prima noi”… poi gli altri, dando ad intendere che fino adesso non è stato così ?    Il tema, inutile girarci intorno,  sono gli immigrati.  Quanti sono ?  In Italia  poco più di cinque milioni, cioè nove ogni cento residenti.  La Germania ne ospita di più e la sua economia gira molto meglio della nostra.  Giusto per sgombrare il campo da supposte  interferenze negative prive di riscontro.

Poi, che dire dei cinque milioni di italiani che vivono all’estero, in realtà molti di più perché non tutti comunicano il loro trasferimento, quasi otto ogni cento italiani ?  Sono poco meno degli immigrati presenti nel nostro paese.  Solo nel 2015 se ne sono andati fuori, a cercare fortuna altrove, circa 23 mila giovani  laureati, il tredici per cento in più dell’anno prima.  Germania, Regno Unito, Svizzera e Francia sono le mete preferite. Paesi dove  “noi” diventiamo ospiti, quindi  “gli altri” secondo il punto di vista dei locali.  Ed essere additati ospiti poco graditi non fa certo piacere, come ben sanno i tanti italiani che studiano e lavorano nel Regno Unito, dopo la vittoria degli antieuropeisti nel referendum inglese.

In provincia di Rimini e Forlì-Cesena gli immigrati non comunitari regolarmente soggiornanti, nel 2015,  sono circa 33 mila per provincia, cifra che sale a 36 mila  a Ravenna.  Ma dalla Romagna se ne sono andati anche 48 mila residenti, di cui 23 mila solo da Rimini.

Come si vede, se c’è chi arriva, ci sono anche tanti  italiani e romagnoli che partono.  Certamente con meno fragore e mezzi meno pericolosi, condividendo però con tutti i migranti le finalità: cercare altrove quelle opportunità che al Paese d’origine mancano.

Ricordando che nel 2016  la Germania ha speso per i profughi una somma cinque volte maggiore dell’Italia, sottolineare  che l’accoglienza ha un costo e assorbe risorse dai conti pubblici  è un fatto vero,  ma parziale: perché l’immigrazione produce anche ricchezza.  Solo nelle province  di Forlì-Cesena e Rimini le imprese attive con titolari  stranieri sono più di settemila, gli occupati immigrati dipendenti di imprese locali trentacinque mila, i contributi e le tasse pagate  superano i  duecentocinquanta milioni di euro.

Ultimo fattore , non meno importante, da considerare per un discorso sovranista : l’Italia ha il terzo debito pubblico più grande del mondo, ma la sua economia vale meno del tre per cento del pil mondiale.  Quando si è così esposti (il debito si sostiene se qualcuno, anche dall’estero, presta denaro)  e piccoli  va da sé che la sovranità  che si pretende  rivendicare  è molto relativa.  Forse è più saggio puntare alla cooperazione.

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