"Chi non spera l’insperabile non lo scoprirà, poiché è chiuso alla ricerca, e a esso non porta nessuna strada"
ERACLITO (535-470 a.C)

novembre: 2017
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Per un fisco giusto

In Italia, secondo l’ultimo rapporto Doing Business 2013 della Banca Mondiale, se ne va in tasse il 68 per cento dei profitti delle imprese, contro il 47 per cento di Germania e  USA, per pagare le quali sono richieste 269 ore di lavoro, più di un mese e mezzo, a fronte delle 207 ore della Germania e di 175 ore negli Stati Uniti.

Ma non c’è solo una eccessiva pressione fiscale, tra le più alte d’Europa. C’è pure il modo, a dir poco asimmetrico, ma si potrebbe tranquillamente dire ingiusto, in cui l’Agenzia delle Entrate si rapporta con i cittadini contribuenti, persone e imprese. Diciamo subito, per evitare equivoci, due cose: a) che le tasse si devono pagare, non solo per avere uno Stato, ma per finanziare servizi garantiti a tutti (sanità, scuola, pensioni, ecc.);  b. che l’Agenzia delle Entrate, come Equitalia, applicano, quando non ci mettono del loro, le leggi che sono votate dal Parlamento. E’ quindi  da qui che bisogna  partire per modificare le cose.

Torniamo alla realtà concreta e quotidiana. Se una impresa riesce a pagare alle scadenze tutti gli importi non incontra  problemi.  Ma in una situazione di crisi, che dura da cinque anni ed è la più grave dal secondo dopoguerra, i pagamenti regolari sono più una eccezione chela regola. Egià questo dovrebbe far pensare. Cosa succede allora se l’impresa non riesce a versare a tempo  il dovuto ?  Esiste il cosiddetto “ravvedimento operoso”, cioè si può pagare in ritardo, con una maggiorazione (sanzione) del dieci per cento. Però c’è un tempo in cui deve essere fatto (trenta giorni o un anno), superato il quale la sanzione diventa del trenta per cento. Qual’è la finalità della sanzione ?  Presumibilmente evitare che qualcuno faccia il furbo. Ma se una impresa vuole rispettare le regole e non paga nei tempi dovuti perché realmente non può ?  Multata lo stesso. Cioè trattata come il  peggiore evasore.  Così molte aziende  pagano il dovuto, ma superando la scadenza della sanzione ridotta, se la vedono triplicare.  Sanzione che per il fisco diventa una entrata extra, perché il dovuto lo ha già incassato, che rischia di mandare letteralmente a gambe all’aria migliaia di attività.  C’ è stato segnalato e documentato  il caso di una piccola società di servizi che ha ricevuto questo trattamento perché, sbagliando a fare i conti, ha pagato con un giorno di ritardo: deve ripagare all’incirca lo stesso importo che ha già versato. Come sanzione.

Ora ci chiediamo se questo comportamento da parte dell’Agenzia delle Entrate più che un modo di lottare contro l’evasione non costituisca invece un  accanimento immotivato contro le imprese sane che le tasse fanno di tutto per pagarle.  Infatti quel’è il senso di multare una impresa che in piena recessione paga con un giorno o anche qualche mese di ritardo ?   Non basterebbe chiedergli di pagare gli interessi sul dovuto?  Chi dimostra di voler rispettare le regole andrebbe premiato e sostenuto, ma non punito.

Cosa fa invece il fisco se è il contribuente a dover ricevere indietro del denaro versato in più ?  Vi farà attendere almeno un paio di anni, il primo senza ricevere nessun interesse, il secondo con l’interesse legale  di pochi punti percentuali che non copre nemmeno l’inflazione.

Questo piglio punitivo verso gli onesti (mentre si fanno condoni al 5 per cento per gli evasori di grandi cifre) denota non solo un trattamento asimmetrico, ma assolutamente ingiusto e degno più di uno Stato predatore che sostenitore delle imprese.

Il nuovo Parlamento, se realmente vuole aiutare le imprese liberandole da una burocrazia obbediente quanto irresponsabile,  deve affrontare questi temi. Anche condonando le multe, che costituiscono un sovrappiù di entrate.

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