"Chi non spera l’insperabile non lo scoprirà, poiché è chiuso alla ricerca, e a esso non porta nessuna strada"
ERACLITO (535-470 a.C)

dicembre: 2017
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Per le donne c’è meno lavoro

Essere donna a Rimini e cercare un lavoro è molto diverso che vivere la stessa condizione a Bologna, Ravenna o Modena. La ragione è piuttosto semplice e preoccupante nello stesso tempo:  in provincia di Rimini lavoravano, nel 2011, poco più di 54 donne su 100, quando nelle altre città citate si oscilla tra 62 e 64, stando la media regionale a  61.

Questo vuol dire che a Rimini, a meno che qualcuno non voglia sostenere che non lavorano perché non ne hanno bisogno, ma vedremo che non è così, le donne hanno meno opportunità di trovare un impiego.  Certo c’è il turismo, dove le donne avviate sono la maggioranza, ma si tratta di lavoro stagionale, per definizione breve e dove in pratica non esiste nessuna possibilità di carriera.

Lo sappiamo, ma non può essere una consolazione, nel resto d’Italia le cose vanno anche peggio, lavorano solo 47 donne su cento,12 in meno rispetto alla media dell’Unione europea e molto lontano dal 60 per cento dell’obiettivo della strategia di Lisbona per il 2010.

La crisi ha colpito tutti ma in modo particolare le donne che a Rimini perdono, in valore assoluto e  dal 2010, 2 mila posti di lavoro (nonostante l’ingresso in provincia dei Comuni dell’Alta Valmarecchia) scendendo, quelle occupate, da 58 a 56 mila, su un totale di 134 mila addetti. In termini relativi,  da 58 donne con un lavoro ogni cento a  54.

E’ andata relativamente meglio al genere maschile, tanto è vero che la distanza tra i due tassi di occupazione (quante persone lavorano per ogni cento che lo cercano) è tornata ad allargarsi da17,5 a21,5 punti percentuali.  Vuol dire che la forbice tra i due tassi che fino al 2008 sembrava ridursi, quando l’occupazione femminile si avvicinava a quella maschile, con la crisi è tornata ad aumentare.

La crisi ha certamente aggravato la condizione occupazionale delle donne in provincia di Rimini, ma  il differenziale di opportunità rispetto al resto dell’Emilia Romagna  preesisteva: era infatti di cinque punti la distanza tra i due tassi di occupazione nel 2005, la crisi è sopraggiunta nel 2008, si è avvicinata a sette punti nel 2011.  Questo vuol dire che c’è qualcosa che non va, nella capacità di creare posti di lavoro, nella struttura economica del territorio, indipendentemente dai cicli dell’economia, che solo aggravano la situazione.

Ciononostante, le donne il lavoro non hanno smesso di cercarlo, anche perché in tante famiglie è stato messo in discussione quello principale, così  il loro tasso di disoccupazione (quelle che cercano lavoro ogni cento), a partire dal 2008 e fino al 2011, è raddoppiato, passando dal 6,3 al 12,1 per cento, il doppio del dato regionale e superiore perfino a quello nazionale, del 9,6 per cento.

Ancora più drammatica la situazione delle giovani donne locali con meno di  25 anni che si ritrovano con un tasso di disoccupazione del 30 per cento.

A conferma dell’impegno a cercare lavoro da parte delle donne c’è anche il dato degli iscritti nelle liste di disponibilità dei Centri per l’impiego  (CPI) di questa provincia, dove su un totale di circa 8 mila solo per i primi nove mesi del 2012, più della metà sono donne.

Difficoltà economiche a parte, l’occupazione delle donne riminesi aumenta fino all’età di 44 anni, poi comincia a scendere, con un ritiro precoce dal mercato del lavoro come avviene nel resto d’Italia,  in corrispondenza della crescita dei figli. Anzi, maggiore è il numero dei figli e prima avviene l’abbandono.  Questo non avviene, almeno non nella stessa misura, negli altri paesi europei, segnale di servizi per l’infanzia e scolastici migliori, ma anche di una flessibilità del lavoro (per esempio negli orari) non penalizzante in termini salariali e di carriera.

Donne imprenditrici

Il lavoro, come è noto, può essere dipendente ma anche autonomo, così non mancano le donne imprenditrici, a testimonianza della loro voglia di fare.

Dallo scoppio della crisi ad oggi le imprenditrici, anche se resta sempre da considerare l’apporto dei nuovi comuni, sono aumentate di 1.261 unità,  raggiungendo il 29 per cento dell’imprenditoria provinciale totale (17.155 su un complessivo di  59.063).  La crescita dell’imprenditoria femminile è costante e solo nell’ultimo anno c’è stato un fermo, mentre si contraeva quella totale.

Non si è invece arrestato, nemmeno nel 2012, l’incremento delle imprese femminili attive,  che dal 2008 sono aumentate di 733  unità, rappresentando poco meno del 29 per cento del totale (8.175 su 35.781 imprese provinciali).

I settori più congeniali all’esercizio dell’impresa femminile sono, in ordine d’importanza, aggiornate a fine 2012: il commercio con 2.659 imprese, gli alberghi e la ristorazione 1.426, le attività immobiliari 744 e le attività manifatturiere 469.  Meno numerosa la presenza negli altri settori di attività.

 

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