"Chi non spera l’insperabile non lo scoprirà, poiché è chiuso alla ricerca, e a esso non porta nessuna strada"
ERACLITO (535-470 a.C)

dicembre: 2018
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Per chi suona la campana del lavoro

Le ACLI di Rimini hanno messo in cantiere una iniziativa quanto mai opportuna. Una conferenza, con la presentazione di  un dossier sullo stato di salute dell’occupazione in provincia di Rimini, dedicata al lavoro, con alcune delle nostre migliori imprese, le uniche che possono crearlo, come protagoniste.

Opportuna perché la situazione provinciale del lavoro non è per niente rosea. L’anno appena trascorso (2017) ha confermato gli occupati dell’anno prima, ma nessuno di più. Il tasso di occupazione locale, cioè le persone che conseguono un lavoro ogni cento che lo cercano, è costantemente inferiore, per gli uomini come per le donne, alla media regionale. Come è facile immaginare, quando il lavoro scarseggia la disoccupazione aumenta. Infatti Rimini, dove sono più di venti mila a  percepire una indennità di disoccupazione, ha i numeri della disoccupazione più alti dell’Emilia Romagna, per altro in crescita (nel 2017), mentre da altre parti diminuisce.

In questo panorama, non proprio da primi della classe, spicca l’alto livello della disoccupazione giovanile locale, superiore al trenta per cento e quasi dieci punti sopra il livello regionale.

A sorpresa, ma forse non troppo perché essere disoccupato non equivale ad avere la qualifica giusta, sono in crescita anche le imprese che non riescono a trovare il personale che cercano. Tanto che nell’area industriale di San Giovanni,-Cattolica ad un incrocio,  è da qualche mese affisso un cartello con la scritta “cercasi operai qualificati”.  Le aziende, per alcuni profili particolarmente qualificati, sono scese a cercarli all’università di Camerino, l’Aquila, Napoli e perfino a Bari, affrontando non pochi costi aggiuntivi.

C’è un evidente dis-allineamento tra formazione, in particolare tecnica, e imprese, che dialogano poco, senza continuità e soprattutto senza una regia. Ma nelle scelte dei ragazzi c’è anche una responsabilità delle scuole e delle famiglie. Ha raccontato un imprenditore, intervenuto, che una mamma recatasi in azienda a cercare lavoro per il figlio, appena ha avuto la percezione che sarebbe andato nelle linee di produzione, ha subito reagito dicendo che non voleva un lavoro dove si sarebbe potuto sporcare.  Una testimonianza evidente della percezione del lavoro di fabbrica che risale al secolo scorso, le famose tute blu, ma che è molto lontana dalle linee di produzione snella delle moderne aziende di oggi.   Dove si può assemblare una macchina, oppure eseguire un collaudo, quasi in camice bianco, tanto sono ordinate e pulite.

Il risultato di questo disconoscimento dei nuovi ambiente di lavoro è che nessun giovane riminese, o comunque molto pochi, si iscrive a corsi di meccanica, che al contrario vengono sempre più frequentati da immigrati, i soli disponibili a svolgere certi lavori. Con buona pace di chi predica, senza conoscere, “prima gli italiani”.

Di fronte all’entità del problema, nonché alla sua urgenza, ci si sarebbe atteso una partecipazione in massa di (anche perché è stata la prima manifestazione provinciale che metteva il lavoro al centro) consiglieri comunali, assessori, rappresentati politici, associazioni di categoria e perfino sindacalisti. Invece non si è visto quasi nessuno. Unica presenza pubblica quella dell’Assessore alla formazione, lavoro e giovani del Comune di Rimini, che però è dovuto andare via, per altri impegni, prima che iniziasse la parte forse più interessante: il dialogo con le imprese. Non proprio le ultime del territorio. Così vanno le cose. Il lavoro è nella bocca di tanti, ma nell’interesse vero di pochi. Escluso, ovviamente, i senza lavoro, soprattutto donne e giovani.

 

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