"Chi non spera l’insperabile non lo scoprirà, poiché è chiuso alla ricerca, e a esso non porta nessuna strada"
ERACLITO (535-470 a.C)

aprile: 2018
L M M G V S D
« Mar    
 1
2345678
9101112131415
16171819202122
23242526272829
30  

Pensioni d’Italia e d’Europa

La discussione sulle pensioni si è riaccesa dopo la “minaccia” governativa, come conseguenza dell’applicazione di leggi passate, di innalzare l’età richiesta per andare in pensione, visto che la speranza di vita  sta crescendo (quest’ultima sicuramente una buona notizia).

Le pensioni, in una società che diventa sempre più anziana, sono un argomento sensibile e la polemica sale di tono, ma troppo spesso ci guardiamo l’ombelico e dimentichiamo cosa capita nel resto del mondo, a partire dall’Europa, di cui facciamo parte.  I sindacati, giustamente, sottolineano che i lavori non sono tutti uguali,  e stare dietro una scrivania non è come salire su una impalcatura o lavorare in fonderia.  Ci vuole, quindi, una certa flessibilità nel fissare le regole, perché non c’è ingiustizia peggiore che considerare uguali vite lavorative differenti.

Premesso, quindi, che l’Italia, dopo la Germania, è il secondo paese più “vecchio” d’Europa, che il tasso di fertilità (numero di figli per donna)  di 1,49 nel 2015 (era di 2,50 nel 1960) non consente di mantenere la popolazione con i numeri attuali e che la speranza di vita dopo i 65 anni, nel periodo 2015-2020, è salita a circa 23 anni per le donne e 20 per gli uomini, con l’attesa di ulteriori miglioramenti negli anni a venire (Ocse, Pension at a glance 2017), appare evidente che qualche aggiustamento in corso d’opera vada fatto.  Il come è materia di discussione, senza però dimenticare la realtà dei numeri e delle trasformazioni in corso.  Compreso il fatto che l’Italia spende già il 16 per cento del pil per le pensioni, quando la media dei paesi sviluppati non arriva al 9 per cento (con la Germania al 10 e la Francia al 15 per cento).

Nell’attuale discussione, la centralità dell’età per andare in pensione assume come immutabile un vecchio modo di pensare e di organizzare il lavoro che prevede solo due possibilità: al lavoro, o fuori, pensionato appunto.  Solo timidamente si è accennato ad una uscita graduale dal lavoro,  quando due terzi dei cittadini europei preferirebbe invece poter combinare un lavoro part-time con il godimento della pensione (Eurofound, 2016).   Infatti, con età tra 55 e 69 anni e già titolare di pensione lavora appena il 4 per cento dei pensionati in Italia, contro il 16 per cento di Svezia e Regno Unito.  Si potrebbe copiare da questi paesi, con soddisfazione di tutti, anche delle casse dell’Inps che riceverebbero nuovi contributi.

Sull’età per andare in pensione, al centro del confronto  (pensione di vecchiaia a 67 anni, per  entrambi i sessi, dal 2019), bisognerebbe poi distinguere tra quella in cui si può godere di una pensione piena e l’età per accedere ad un trattamento anticipato, anche se ridotto. Che attualmente sono, in Italia, 65 anni (64,3 la media Ocse) nel primo caso e 60 anni  (61 media Ocse) nel  secondo.  Possibilità che ha portato, nel 2016,  gli uomini ad andare in pensione piena a 66,6 anni e le donne a 65,6 anni;  che diventano 62,8 anni i primi e 61,8 anni le seconde, nel caso di trattamenti anticipati.

E’ vero, invece, che i tempi si allungheranno per i giovani che si avvicinano oggi al mondo del lavoro: secondo le previsioni potranno andare in pensione , in Italia, a 71,2 anni (che diventeranno 74 in Danimarca, 65 in Germania e Giappone  e  67 negli USA). Ingresso tardivo nel mondo del lavoro, occupazioni temporanee e  paghe ridotte tra le ragioni di questa differenza.

Infine, l’idea che spesso si ascolta secondo cui se i lavoratori anziani non lasciano non si creano posti per i giovani, è solo parzialmente vera: primo, perché non è detto che siano chiamati a svolgere gli stessi lavori (quanti giovani aspirano a fare i muratori, oppure i tornitori, operai specializzati, ecc.?);  secondo, si da per scontato che in una economia  i posti di lavoro siano un numero fisso, invece non è così. Se una economia cresce anche l’occupazione tende ad aumentare e nuovi profili possono trovare il loro spazio.  Il problema vero è allora la crescita, come pure la trasformazione dei processi produttivi (per esempio: la digitalizzazione dei processi crea spazi per nuove professionalità, in molti ambiti di attività),  più della permanenza al lavoro degli anziani, che se fossero chiamati ad affiancare i giovani porterebbero solo benefici.

Forum chiuso.