"Chi non spera l’insperabile non lo scoprirà, poiché è chiuso alla ricerca, e a esso non porta nessuna strada"
ERACLITO (535-470 a.C)

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Occupati indipendenti e partite IVA in Romagna

Informano gli ultimi dati Istat sull’andamento del mercato del lavoro 2019 che in Italia i lavoratori indipendenti sono oltre 5 milioni (il 23 per cento circa degli occupati), molto più della media dell’Unione Europea, dove non superano 15 per cento. Solo Romania e Grecia ne hanno di più.

Indipendenti ancora numerosi nonostante il calo iniziato negli anni novanta del secolo scorso. Discesa che si è incrementata nel periodo della crisi finanziaria 2008-2019, quando sono scomparsi oltre mezzo milione di lavoratori autonomi. In particolare “datori di lavoro” e  lavoratori in proprio.

Qualcosa di simile è avvenuto anche in Romagna dove gli occupati indipendenti, nel periodo 2011-2019, sono scesi di 11 mila unità nella provincia di Forlì-Cesena (da 50 a 39 mila), 8 mila a Ravenna (da 47 a 39 mila), mentre sono rimasti gli stessi (42 mila) a Rimini.

Tutto questo in un periodo in cui l’occupazione comunque è aumentata, ovviamente più a vantaggio dei dipendenti che degli indipendenti. Ma chi sono gli indipendenti ? Il raggruppamento è vario e nella categoria prendono posto commercianti, artigiani, autonomi veri e finti (quelli che lavorano “autonomamente” per un solo committente), con dipendenti e senza, liberi professionisti, lavoratori in proprio, fino ai coadiuvanti familiari. Scremando chi autonomo lo è solo di nome, o per il fisco, le famose finte partite Iva, l’Istat calcola che a livello nazionale quelli puri in verità non superano 3,1 milioni: il 60 per cento scarso di tutti gli indipendenti dichiarati. A conferma che molti sono solo presunti autonomi. Tanto per smentire le voci di chi preconizzava un mondo di auto imprenditori, dal fattorino al professionista, passando per le start up e dintorni.

Poco meno degli indipendenti, mostrando il forte legame che esiste tra i due, sono i contribuenti nazionali con partite iva: 4,7 milioni, di cui 394 mila in Emilia Romagna. Dopo Lombardia, Veneto e Lazio, la quarta regione in Italia per numerosità.

Sulla consistenza, lo stock, della partite iva per provincia, l’Osservatorio delle partite iva del Ministero dell’economia (Mef) non fornisce dati, limitandosi a tenere il conto annuale delle nuove posizioni che si aprono. Nel 2011, il primo anno per cui sono disponibili dati, nelle tre province della Romagna sono state aperte 3.237 partite iva a Forlì-Cesena, 3.134 a Ravenna e 3.542 a Rimini. In totale, per l’intera Romagna, fanno poco meno di dieci mila, che rappresentano un quarto di tutte le aperture regionali.

Nel tempo, anche se con comportamenti differenziati, c’è stato un ridimensionamento delle aperture un po’ dappertutto, tanto che nel 2019 le nuove partite iva sono state 3.008 a Forlì-Cesena, 2.821 a Ravenna e 3.231 a Rimini. Il totale, nelle tre province, è sceso così a nove mila, restando comunque sempre un quarto del valore regionale. Vuol dire che grosso modo l’andamento delle partite iva della Romagna è in linea con quanto avviene in altri territori.

Queste le aperture. Poi ci sono le chiusure. Mediamente, negli ultimi venti anni, sono oscillate tra il 70 e il 90 per cento delle aperture annue, con punte anche del 140 per cento come è capitato nel 2017 (vuol dire che le chiusure sono state molto più delle aperture).

Stimando, per la Romagna, una chiusura media intorno all’80 per cento di quelle che aprono, vuol dire un saldo annuale positivo di circa due mila partire iva. Che in nove anni (2011-2019) fanno un incremento netto (aperture – chiusure) di circa 18 mila partite iva. Insomma, il tasso di chiusura è molto alto, ma quelle che aprono sono sempre di più numerose. Continuando ad alimentare il fenomeno.

Certamente, un flusso di questo tenore è indice di dinamismo, ma dimostra anche una notevole fragilità dell’attività economica sottostante. Altrimenti non ne chiuderebbero così tante, ed in così breve tempo. Soprattutto nei settori alloggio e ristorazione, noleggio, istruzione e assistenza sociale, dove un terzo delle partite iva che vengono chiuse non superano il traguardo di tre anni di vita.

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