L’inverno demografico prossimo venturo

Fare previsioni  su quanti saremo nei prossimi decenni  è sempre un azzardo, ma quando certe tendenze si ripetono, è un esercizio di cui la programmazione, sociale ed economica, non può fare a meno. A volte prendendoci pure: all’inizio del duemila, in provincia di Rimini, con una ipotesi definita “alta”,  erano previste 350 mila persone per il 2024. Siamo già a 337 mila, quindi piuttosto vicini.

Tutti avranno sentito parlare del calo delle nascite che oramai ci accompagna da quale anno: 400 mila, in Italia, nel 2020, in calo dall’anno prima, quando già erano diminuite, mentre i decessi sono stati, anche per effetto del covid, quasi 750 mila.  Un numero di morti equivalente a quello del periodo della guerra 1942-’44.

Per avere, invece, un divario simile tra nascite e decessi bisogna addirittura risalire al 1918, cioè a dopo la prima guerra mondiale, che fece un milione di morti. Il bilancio di questo divario indica che la popolazione italiana è scesa, nel 2020, di circa 400 mila unità.

In calo anche, nonostante la propaganda di taluni, le iscrizioni anagrafiche dall’estero, cioè l’immigrazione, scese a 220 mila. Vuol dire che nemmeno i flussi migratori esteri riescono più a compensare le perdite autoctone.

Questo il quadro nazionale, da cui non possiamo dichiararci completamente estranei. Passiamo adesso a vedere cosa succede in Romagna. 

Nel periodo 2010-2019 i nati vivi ogni anno sono passati da 3,7 a 2,6 mila in provincia di Forlì-Cesena, da 3,5 a 2,5 mila a Ravenna e da 3,3 a 2,2 mila a Rimini.  Insomma, le nascite sono ogni anno di meno dappertutto.  

Nascite abbondantemente sopravanzate dai decessi (che ancora non comprendono quelli 2020 per covid), se è vero che il saldo naturale dell’ultimo decennio, cioè la somma delle differenza annuali tra nascite e decessi, da segno meno 10 mila per Forlì-Cesena, 7 mila per Ravenna e 5 mila per Rimini. Da sottolineare che questo saldo si mantiene negativo in tutte le province della Romagna, per l’intero periodo. Ed anche prima: per esempio, quello di Rimini è stato negativo per tutti gli anni novanta del secolo scorso.

Per l’intera Romagna il saldo naturale negativo accumulato nell’ultimo decennio, meno 22 mila unità, è paragonabile alla cancellazione di un comune come Santarcangelo di Romagna.

Un buco in parte compensato dal saldo migratorio interno (movimenti interni al  territorio nazionale), soprattutto a Rimini, e in parte dal saldo migratorio estero (differenza tra chi arriva e chi parte). In realtà più dal secondo, 44 mila per l’intera Romagna, che dal primo, 23 mila.

Questo per sottolineare che anche la popolazione della Romagna sarebbe in declino, nel 2020 ha perso qualche centinaio di residenti sull’anno prima, senza l’apporto della componente migratoria. 

In particolare quella estera. Perché pochi, forse, sanno che la Romagna è anche un luogo da cui si emigra. Infatti, nell’ultimo decennio, si sono cancellati dagli elenchi delle anagrafi, per trasferirsi all’estero: 8 mila persone rispettivamente a Forlì-Cesena e Rimini e 9 mila a Ravenna.

 Il caso Rimini è emblematico, perché senza la componente immigrati la popolazione residente sarebbe ferma già da parecchi anni.

A questo punto qualcuno potrebbe essere tentato di dire: che male c’è se siamo di meno, visto le tante persone senza lavoro. C’è un piccolo dettaglio: la popolazione è sempre più anziana, fatta cioè di pensionati, bisognosa anche di maggiori cure mediche, che qualcuno deve pagare. Con quali contributi si pagano le pensioni  e l’assistenza socio-sanitaria se a lavorare sono sempre meno persone ?  E’ una domanda non facilmente eludibile.

Nel primo dopoguerra, censimento del 1951, a Rimini  i minori di 14 anni rappresentavano un quarto della popolazione; oggi si stanno riducendo ad un decimo. Nello stesso arco di temporale le percentuali si sono quasi invertite per gli ultra sessantacinquenni.  Le altre province della Romagna sono messe anche peggio.  

L’indice di vecchia 2020, che misura quanti anziani sono presenti ogni 100 minori di 14 anni, che costituisce il ricambio generazionale, ha già raggiunto numeri da non trascurare: 179 per Rimini (190 per il Comune capoluogo), 190 per Forlì-Cesena e 206 per Ravenna, a fronte di una media regionale di 187.  E’ come caricare due adulti sulle spalle di un minorenne.

Con un impatto demografico, che è anche sociale ed economico, di questa portata, destinato, tra l’altro, a peggiorare, è evidente che restano pochi spazi per l’indifferenza. Salvo accontentarsi di pensioni  più basse e servizi più scadenti. Perché ci sono meno soldi.   

E qui tornano utili gli immigrati, dove la popolazione in età per lavorare  supera abbondantemente quella indigena, mentre gli ultrasessantacinquenni non sono più di uno su venti (contro uno su quattro del resto della popolazione).   

Perché in Italia si fanno pochi figli (in media 1,2 per donna, a fronte di una media europea di 1,5, che sale a 1,7 in Svezia e 1,8 in Francia) è una domanda che rimanda a quante donne lavorano, di quali servizi per l’infanzia possono usufruire, e in definitiva alle politiche famigliari nazionali e locali.  In genere tutte carenti, nonostante la retorica.