"Chi non spera l’insperabile non lo scoprirà, poiché è chiuso alla ricerca, e a esso non porta nessuna strada"
ERACLITO (535-470 a.C)

dicembre: 2017
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L’export riminese ha perso slancio

Dopo il tonfo del 2009, il 2010 e il 2011 sono stati anni d’oro per le esportazioni riminesi, con aumenti che hanno superato il 22 per cento annuo, al di sopra della media dell’Emilia Romagna.

Un risultato che ha compensato il calo della domanda nazionale, ma che purtroppo non si è ripetuto nel 2012, quando l’incremento è stato solo di uno zero virgola. In sostanza è rimasto lo stesso dell’anno precedente. Non è andata meglio alle altre province della Regione, mentre l’Italia perde peso nel commercio mondiale scendendo dal 3,8 al 2,9 per cento del totale.

Fin qui verrebbe da dire che le difficoltà sono comuni e spetta a tutti rimboccarsi le maniche. Ma Rimini, non da oggi, ha un problema in più: per via della sua struttura economica, dove pesa molto il settore commerciale-turistico, le sue esportazioni la collocano sempre all’ultimo posto in regione. Nel 2012, l’export per impresa raggiunge a Rimini 52 mila euro,  contro 164 mila di Reggio Emilia (la prima),  154 mila di Modena,  129 mila di Parma e  128 mila euro di Bologna. Sotto cento mila euro di export per impresa ci sono anche tutte le altre province della Romagna, che in questo caso mostra un punto debole comune.

Le esportazioni riminesi finiscono per circa la metà negli altri paesi europei, che rimangono il principale mercato di sbocco, anche se in calo,  mentre cresce quello asiatico, certamente più dinamico.

Purtroppo ad avere un orientamento  favorevole alle esportazioni sono meno dell’uno per cento delle aziende riminesi, a fronte di una percentuale doppia a livello regionale.  Decisamente troppo poche. Un supporto all’export ci vuole dappertutto, a maggior ragione per le imprese di Rimini. Senza dimenticare però che per esportare ci vogliono  prodotti competitivi, innovativi e di qualità.

Qualcuno suggerisce di svalutare l’euro, o  addirittura chiede il ritorno alla lira, che potendosi svalutare più liberamente renderebbe i prodotti italiani all’estero più convenienti. Questo, tralasciando tutti gli altri effetti, è vero e lo sta già facendo il Giappone, gli USA e la Gran Bretagna.  Far costare meno i propri prodotti e servizi all’estero aiuta, ma richiede comunque la disponibilità di qualcosa che il mercato degli altri paesi sia disposto a comprare. Il prezzo è solo uno degli elementi, prima ci vogliono beni e servizi da vendere (per esempio, se non facciamo macchine elettriche, come sta capitando, certamente non le potremo vendere).

Calo dell’export che prosegue (-4,7%)  anche nel primo trimestre 2013, rispetto allo stesso periodo dell’anno prima.

 

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