Le pale eoliche, come i pannelli fotovoltaici, le vediamo, ma non inquinano

di Marco Affronte

Da ormai qualche settimana si è tornato a parlare, e non poco, del parco eolico offshore al largo di Rimini. Questo succede essenzialmente per tre motivi:

– la Valutazione di Impatto Ambientale del progetto, da mesi ferma al Ministero, si è “mossa” aprendo alle osservazioni pubbliche, scadute il 9 novembre;

– la crisi energetica, che solo chi non l’ha seguita dall’inizio pensa sia solo colpa della guerra in Ucraina, morde forte e per la prima volta da tanto tempo l’energia che arriva nelle nostre case non è più “scontata”, in tutti i sensi;

– con il nuovo governo abbiamo il grande ritorno di un evergreen: le trivelle e le riserve di gas sotto all’Adriatico.

L’ultimo punto si risolve in un attimo, basta leggere i numeri: si parla di quantità di gas sotto al suolo italiano di poco oltre i 40 miliardi di metri cubi; sembra un’enormità, ma non lo è: l’Italia ne consuma circa 75 miliardi di metri cubi, all’anno. All’anno! Cioè stiamo parlando di raschiare il fondo del barile, investendo tempo e soldi su risorse che sono già il passato (e che ci hanno portato al disastro dell’emergenza climatica).

Con la crisi energetica in corso, con l’insicurezza che deriva dal dipendere da risorse di altri, e dopo un’estate drammatica per le conseguenze dei cambiamenti climatici (caldo, siccità, alluvioni eccetera) dovrebbe essere ormai chiaro anche ai sassi che ci serve energia, e molta, ma che questa può essere solo pulita e prodotta in casa. Ed ecco che torniamo alle pale eoliche che prima piacevano a pochi (che queste cose già le sapevano) e adesso piacciono a molti di più.

Resta il tema del paesaggio, del nostro sia chiaro. Le energie fossili sono subdole. L’energia elettrica ci arriva ma non vediamo mai come viene prodotta. Non vediamo l’enorme centrale termoelettrica (vedi Ravenna, Imola, Ferrara, e molte altre) che per produrla brucia continuamente tonnellate e tonnellate di gas, petrolio o di carbone, scaricando in atmosfera i gas che hanno ipotecato il nostro futuro e reso terribile quello dei nostri figli. E non vediamo nemmeno le gigantesche miniere di carbone, le sabbie bituminose del Canada, la disseminazione di crateri del fracking in USA, le praterie di pozzi di petrolio. Non li vediamo e ci è sempre andato bene così.

Il tema del paesaggio non va sottovaluto, e lungi da me farlo, però bisogna capirsi. Le fonti di energia rinnovabili, rispetto alle fossili, occupano spazio. Per catturare sole e il vento dobbiamo “stendere” impianti diffusi; al fotovoltaico servono ampie superfici, siano esse tetti, campi, parcheggi, o isole galleggianti in mare. Per catturare il vento ci servono spazi in cui sistemare le pale eoliche, normalmente molto grandi. È un presupposto della transizione energetica, che ormai a parole tutti vogliono, ma per molti solo a condizione che lo spazio occupato sia quello di qualcun altro.

Sì, le rinnovabili e la transizione energetica cambieranno i nostri paesaggi. Ma in maniera infinitesima a come il riscaldamento globale lo sta già facendo: siccità, desertificazione, perdita dei ghiacciai, spostamento a nord e in alto di specie che amano temperature miti, sconvolgimento di ecosistemi, migrazioni (umane) di massa.

È sacrosanto difendere il paesaggio, ma diamoci delle priorità. Se siamo molto bravi e molto veloci, le rinnovabili salveranno anche il nostro futuro. Sono inesauribili, non inquinano l’aria che respiriamo e liberano l’atmosfera dalla cappa che crea il riscaldamento globale. Però le vedremo. E sarà importante vederle, perché i nostri figli sapranno che sono lì per la loro sopravvivenza, e noi ci sentiremo meno in colpa perché non saremo rimasti fermi di fronte al disastro che gli lasciamo in eredità.