"Chi non spera l’insperabile non lo scoprirà, poiché è chiuso alla ricerca, e a esso non porta nessuna strada"
ERACLITO (535-470 a.C)

ottobre: 2017
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Le frontiere del lavoro

L’ultimo Rapporto sull’economia della provincia di Rimini, edito dalla locale Camera di Commercio, dedica un capitolo al tema dell’occupazione e ci offre l’opportunità di fare il punto della situazione, a pochi mesi dall’inizio del nuovo anno. La crisi ha colpito forte, ma se per molte imprese, soprattutto le più dinamiche, innovative e internazionalizzate, sembra intravvedersi una via d’uscita, non è così per il lavoro.  Era previsto, ma questo non rende meno grave la situazione.

 In assoluto, gli occupati (incluso i tanti che sono ancora in cassa integrazione) da un paio di anni sono fermi a 135 mila, quando la popolazione, al netto degli nuovi ingressi di comuni, è in crescita.  Le persone che cercavano un lavoro erano 6 mila nel 2007, prima della crisi, e sono diventate 11 mila a fine 2009 (questi dati non comprendono gli oltre mille lavoratori in mobilità che non hanno trovato un nuovo impiego).   L’aumento è dell’83 per cento.

Non a caso, dopo anni di buoni risultati, dal 2007   la provincia di Rimini risulta essere quella  in cui la disoccupazione è aumentata più dell’Emilia Romagna e del Nord Est.   Come conferma lo stesso tasso di disoccupazione (le persone che cercano lavoro sul totale di quelle che vogliono lavorare)  balzato dal 4,5 al 7,6 per cento (in Italia 7,8).  

Gravità, quella della disoccupazione, sottolineata anche dal fatto che Rimini, dopo Bologna che ha una forza lavoro tre volte superire, è la provincia che nel 2010 ha registrato il maggior numero di domande di disoccupazione ordinaria e con requisiti ridotti:  21,5 mila contro 24,7 mila.

 In questo contesto, poi, ad essere danneggiate sono soprattutto le donne, che vedono lo loro disoccupazione salire dal 5,4 al 10 per cento, il doppio del valore regionale.

Un risultato che fa il paio con una differenza di quattro punti in meno, nei confronti dell’Emilia Romagna, del tasso di occupazione (le donne che lavorano sul totale) femminile: 57,5 a Rimini verso il 61,5 per cento in Emilia Romagna.  Che ha consentito a quest’ultima di superare l’obiettivo europeo del 60 per cento entro il 2010, mentre Rimini è rimasta sotto.

A perdere occupati, negli ultimi due anni,  sono l’agricoltura e i servizi, mentre ne guadagna a sorpresa  l’industria, in controtendenza rispetto alla Regione e all’Italia.

Ma dove la situazione sta diventando veramente pesante è tra i giovani con meno di 25 anni, dove la disoccupazione, in provincia di Rimini,  è balzata dall’8 per cento del 2005 al 21 per cento del 2009, che sono tre punti in più della media regionale.  Solo quella femminile è passata dall’8 al 28 per cento, sette punti sopra il dato regionale e appena un punto percentuale sotto la media nazionale.

 E’ di poche settimane la notizia che dalle dichiarazioni dei redditi 2010 sono “spariti”, rispetto ad un anno prima,  circa 280 mila contribuenti, molti dei quali giovani al di sotto dei venticinque anni che non sono riusciti, con contratti brevi e malpagati, a mettere insieme un reddito tale da risultare tassabili.

 Intervenendo al Forex di Verona nel febbraio scorso, Mario Draghi, Governatore della Banca d’Italia scrive: “I salari di ingresso dei giovani sul mercato del lavoro, in termini reali, sono fermi da oltre un decennio su livelli al di sotto di quelli degli anni Ottanta. La recessione ha reso più difficile la situazione. Il tasso di disoccupazione giovanile sfiora il 30 per cento. Si accentua la dipendenza, già elevata nel confronto internazionale, dalla ricchezza e dal reddito dei genitori, un fattore di forte iniquità sociale. Vi contribuisce fortemente la segmentazione del mercato del lavoro italiano, dove vige il minimo di mobilità a un estremo, il massimo di precarietà all’altro. È uno spreco di risorse che avvilisce i giovani e intacca gravemente l’efficienza del sistema produttivo”.

Chi invece non sembra risentire della crisi è l’occupazione degli immigrati che arrivano da paesi esterni all’Unione Europea, che da 8 mila circa del 2008, sono saliti a quasi 9 mila nel 2009.

Qualche notizia migliore arriva dagli avviamenti e dagli avviati (numero delle persone) al lavoro nel corso del 2010: più 5,6 mila sul 2009 (in totale 104.507 di cui 2.184 nell’Alta Valmarecchia che l’anno prima non c’erano)  i primi; più 3,6 mila i secondi, per un totale di 66.803 avviati (ma erano più di 68 mila nel 2007)  di cui 1.687  nei nuovi comuni entranti.  Con il 30 per cento degli avviati  da ascrivere agli stranieri, percentuale in costante aumento, in prevalenza donne, soprattutto romene, ucraine e albanesi.

Poco meno della metà degli avviamenti (circa 50 mila) sono destinati al settore alberghiero e della ristorazione,  dato stabile sul 2009, ma in crescita sugli anni precedenti.  Di questi 50 mila avviamenti nel turismo,  ben 18 mila riguarda personale straniero. Un avviamento su tre, forse decisivo per la sopravvivenza del settore. 

Però non è solo, perché a precedere il turismo per la massiccia presenza  di lavoratori e lavoratrici stranieri ci pensano l’agricoltura (62 per cento degli avviamenti)  e le costruzioni (44 per cento).

 Come sono stati i contratti degli avviamenti 2010 ?  Il 12 per cento a tempo indeterminato, il 76 per cento a tempo determinato (in prevalenza stagionale) e il resto apprendistato e collaborazioni di varia natura.  Prima della crisi, nel 2007, gli avviamenti a tempo indeterminato erano il 16 per cento. Non tantissimi, ma un po’ di più.

 Per creare lavoro non c’è alternativa alla crescita economica, ma afferma sempre il Governatore Draghi “La propensione all’innovazione e la proiezione internazionale delle nostre imprese sono insufficienti a sospingerla, in ultima analisi perché troppe imprese, anche di successo, rimangono piccole”.

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