"Chi non spera l’insperabile non lo scoprirà, poiché è chiuso alla ricerca, e a esso non porta nessuna strada"
ERACLITO (535-470 a.C)

dicembre: 2017
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Le banche e i crediti deteriorati

Secondo dati della Banca d’Italia il totale delle sofferenze del sistema bancario italiano, cioè delle imprese e persone che non riescono a restituire i prestiti, è salito da 48 miliardi di euro del 2007, quando è scoppiata la crisi, a 185 miliardi a gennaio 2015, con un aumento del 285 per cento.

I crediti deteriorati, non insolventi ma di riscossione incerta, superano invece  i 330 miliardi. E’ stato calcolato che per ogni cento euro prestati dalle banche italiane ai propri clienti privati, ben 18 rischiano di non essere restituiti, se non in ritardo o in parte.

In provincia di Rimini, tra il 2011 e giugno 2014 i clienti delle banche che non sono più in grado di restituire i finanziamenti ricevuti sono passati da 5.500 a 6.500, mille in più, per un valore che da 677 milioni è  aumentato a 1,5 miliardi di euro, andando oltre il raddoppio.

Questi sono gli effetti della crisi. Ciò che però non viene detto è che il deterioramento di un credito è molte volte il risultato del comportamento della banca stessa, che spesso utilizza unilateralmente l’argomento  dell’adeguamento alle regole europee come una clava.

Un caso tipico, capitato a tanti, è l’improvviso declassamento del rating (quella specie di voto che le banche danno sull’affidabilità dei loro clienti), operato sempre unilateralmente, senza nessuna trasparenza e possibilità di confronto, cui verrà successivamente collegato il tasso d’interesse da applicare (in genere più basso è il rating, più si alza il tasso).

Una impresa di Rimini, in difficoltà con la restituzione di alcuni crediti, ci ha mostrato l’estratto conto della sua banca (Unicredit) da cui risulta l’applicazione, tra fine 2013 ed inizio 2014, di un tasso di interesse debitore del 13,4 % per la cifra affidata, che sale fino  al 15,4 % per gli  extra fido, cioè per gli sconfinamenti.

Stando sempre ai dati della Banca d’Italia, il tasso di interesse bancario in vigore nel febbraio 2014 per prestiti a società non finanziarie era del 3,78% (4,03% per le famiglie).

Quindi la banca in questione ha applicato alla nostra impresa un tasso di interesse tra 3,5  e 4 volte  superiore alla media.  Il risultato è stato quello di mettere ancora più in difficoltà l’impresa in questione, fino alla definitiva revoca di ogni affidamento.

Nello stesso periodo il tasso soglia su base annua applicabile, in base alla legge sull’usura n. 108 del 1996 in vigore per il periodo 1° aprile – 30 giugno 2014, è stato calcolato dalla Banca d’Italia:  per anticipi (fatture) e sconti fino a 100 mila euro nel 14,07 %; per aperture di credito in conto corrente (fidi)  oltre 5 mila euro nel 16,57%.

A dicembre 2014, secondo il Rapporto dell’Associazione Bancaria Italiana (ABI) del gennaio 2015, il tasso medio sulle nuove operazioni di finanziamento alle imprese si è ulteriormente ridotto al 2,48% (il valore più basso da agosto 2010).

Nel nostro caso è evidente che il tasso applicato dalla banca è stato appena sotto la soglia di usura, che una sentenza della Cassazione del maggio 2014 ha rimesso però in discussione parlando di usura anche “entro la soglia” (art. 644 c.p., comma 3).

In realtà il Governo dovrebbe rivedere anche il meccanismo in base al quale si calcola il tasso di usura, perché è del tutto evidente che mettere tassi soglia così elevati quando  la Bce (Banca centrale europea) presta alle stesse banche con tassi dello zero virgola è un contro senso.

Ma le illogicità non finiscono qui, perché la stessa banca, sempre Unicredit, dopo aver chiuso unilateralmente  il conto della nostra impresa, gli ha poi proposto di chiudere la partita, cioè restituire il dovuto,  con uno sconto di circa il 25%  se lo avesse versato in breve tempo. Cioè prima la banca ha applicato all’impresa tassi vicini all’usura, aumentando enormemente le sue difficoltà,  poi gli ha offerto  un sostanzioso sconto per risolvere il caso.  Dove sia la logica di questi comportamenti è arduo intuirlo, ma è del tutto evidente che molte sofferenze sono diretta conseguenza del comportamento poco responsabile di molte (non tutte) banche.

Comportamenti che sono anche, non solo, alla base di tanti fallimenti di imprese. Sarà un caso ma  fatti uguale a cento i fallimenti di un gruppo di paesi europei nel 2007 (quando la crisi è iniziata), nel 2014 quelli italiani erano schizzati a quota 266, cioè sono quasi triplicati. Situazione che non si è verificata in  nessun’altro paese.

In provincia di Rimini le imprese con procedura di fallimento sono passate da 65 del 2009 a 110 nel 2013.

Tassi da usura

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