"Chi non spera l’insperabile non lo scoprirà, poiché è chiuso alla ricerca, e a esso non porta nessuna strada"
ERACLITO (535-470 a.C)

aprile: 2018
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Lavoro: il vento dell’Est

Come molti sapranno la storica fabbrica di scarpe “Valleverde”, nata a Coriano nel 1970 e che nei momenti migliori dava lavoro a più di duecento persone, ha annunciato la definitiva chiusura.  Il perché  lo spiega molto bene la lettera di licenziamento che hanno ricevuto gli ultimi, una trentina, dipendenti rimasti:  l’azienda si dedica prevalentemente ad attività commerciale e solo per una piccola frazione a quella produttiva.  “L’attività commerciale consiste nell’acquisto della calzatura da uomo e da donna, prodotte soprattutto nei paesi dell’Est Europa e in Estremo Oriente”. Luoghi, come è noto, dove il lavoro costa molto meno e la tassazione è più bassa.

Non è la prima volta che succede e non sarà l’ultima, perché ci sarà sempre un paese, e adesso ci si mettono anche i robot, in Europa o fuori, dove  il lavoro, che è bene precisare rappresenta una frazione del costo di produzione e deve essere valutato in relazione alla produttività, cioè va considerato il costo del lavoro per unità di prodotto, sarà più economico.

Come impedire che queste situazioni si ripetano ?  Alzando l’asticella della qualità, della creatività e dell’innovazione. Che richiede anche un saper fare, cioè un lavoro, di altissima professionalità, non facilmente sostituibile  (perché bravi artigiani, tornitori  o operatori di macchina, non si improvvisano).

La qualità, quando è sostanza e non solo slogan, è una barriera difficilmente superabile agendo solo sul costo del lavoro. Altrimenti non si spiegherebbe il successo delle nostre, purtroppo ancora poche, imprese esportatrici. A cominciare dalla moda.

Anche il sindacato, che meritoriamente cerca di difendere il lavoro, dovrebbe imparare la lezione: il lavoro non si difende solo quando le cose vanno male, perché rischia di esser troppo tardi, ma prevenendo le situazioni. Cioè monitorando i mercati, le innovazioni e magari spingendo, dove e come possibile, per produzioni competitive. Perché non tutte le fabbriche di scarpe sono andare all’Est. Tante restano a produrre in Italia, come accade anche nel vicino distretto calzaturiero di San Mauro. Restano perché non temono la concorrenza di scarpe che competono solo sul prezzo. Per inciso, le aziende calzaturiere tra Rimini e Forlì sono più di duecento e danno lavoro ad oltre tre mila addetti.

Si è parlato di fuga delle imprese straniere dall’Italia. E’ vero, diverse se ne sono andate. Ma c’è anche il contrario.  Nel 2016 le imprese estere partecipate da quelle italiane sono state più di 35 mila, mentre quelle nazionali partecipate da imprese estere sono quasi 13 mila (Rapporto Ice, Italia multinazionale 2017).  Rimini qualche anno fa contava 244 imprese con titolare estero e Forlì-Cesena 308.

Nello stesso anno sono cresciuti, del 50 per cento, anche gli investimenti esteri in entrata, facendo conquistare all’Italia posizioni  nel ranking mondiale.

Insomma, le cose sono in movimento. Forse dovremmo chiederci come mai sono così pochi, dall’estero, ad investire sul nostro territorio, a partire dal turismo.

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