"Chi non spera l’insperabile non lo scoprirà, poiché è chiuso alla ricerca, e a esso non porta nessuna strada"
ERACLITO (535-470 a.C)

settembre: 2017
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Lavorare senza investimenti non basta

Ci sono alcuni numeri, usciti in piena estate, che per quanto significativi non hanno destato una grande attenzione. Ci riferiamo ai dati, pubblicati dall’Ocse (Organizzazione dei paesi più sviluppati), sulle ore annuali di lavoro nei singoli paesi.  Questi dati ci dicono che lavorare sodo è importante, ma da solo non basta per essere competitivi sui mercati del mondo.

In Italia, i dati si riferiscono al 2013, si lavora, in media, 1.733 ore l’anno, un’ora in meno del Giappone,  25 più del Canada, 55 sopra gli Stati Uniti, 370 ore più di un lavoratore medio della Germania, 244 di uno francese e 64 di un inglese. Che tra l’altro guadagnano, tutti, molto di più.

Eppure, nonostante le tante ore di lavoro, l’Italia cresce meno (0,9 % le ultime stime) della Germania, della Francia, del Regno Unito e perfino della Spagna, dove si lavorano 34 ore in meno l’anno.

Non solo il nostro Paese cresce meno, ma è anche meno competitivo ed ultimamente, mentre l’economia da qualche segno di risveglio,  sta avvenendo un fenomeno che non si riscontra negli altri paesi: un boom delle importazione, che crescono più delle esportazioni. Sta capitando, cioè, che la ripresa della domanda interna sembra essere soddisfatta più dalle produzioni che vengono da fuori, facendo quindi lavorare gli altri, che dalle aziende italiane.

Eppure non si può dire che gli italiani non lavorano. Ma ci vogliono anche investimenti, pubblici e privati, nuovi macchinari, nuove gestioni, orientamento all’innovazione e capacità imprenditoriale per stare e conquistare mercati.  Non che manchino le imprese con queste caratteristiche,  ma sono troppo poche.

A volte i finanziamenti pubblici, in questo caso della Regione Emilia Romagna, offrono uno stimolo, ma bisogna saperli anche cogliere.  Stiamo parlando di finanziamenti all’introduzione delle nuove tecnologie digitali nelle piccole e medie aziende, di tutti i tipi. Da Rimini hanno fatto richiesta 99 aziende ed hanno ottenuto qualcosa in 34, un terzo. Grosso modo la stessa percentuale regionale.

Ma è sul dato relativo delle imprese beneficiate e dei finanziamenti ricevuti  che i conti non tornano: le imprese della provincia di Rimini che hanno ottenuto un contributo rappresentano meno del cinque per cento del totale, percentuale che scende sotto il quattro per cento in relazione ai finanziamenti ricevuti, quando il totale delle imprese locali (35 mila) in rapporto alle regionali (412 mila) supera l’8 per cento. Si dirà che non sempre può esserci un rapporto paritario, ma che alle imprese di questa provincia arrivi sempre meno è uno storico, perché non recente, dato di fatto.  Certo, i finanziamenti per ottenerli bisogna chiederli, presentare dei progetti finanziabili, poi magari sostenerli.  Forse sono ancora poche le imprese che si avventurano tra i meandri, perché non semplici, dei bandi regionali.  Un ultimo dato lo conferma: le aziende di Rimini che hanno partecipato a questo bando sono appena lo 0,2 per cento del totale, esattamente la meta della media regionale, che si attesta allo 0,4 per cento.  In sintesi: otteniamo meno anche perché sono in meno a chiedere. Quindi, osare un po’ di più non sarebbe male, e magari una semplificazione dei bandi, che oramai richiedono professionisti per essere confezionati e rendicontati, potrebbe dare una mano.

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