L’agricoltura dei giovani

di Simone Santini

Giovani e agricoltura, un binomio molto spesso visto con una certa perplessità. Nel sentire comune, infatti, il lavoro nei campi sembra appartenere non solo alle “vecchie” generazioni, ma proprio a un modo di pensare, a uno stile di vita e a una cultura di un mondo che fu, ma che non è più. E invece, forse complice una sempre maggiore precarietà e incertezza per il futuro, molti giovani decidono di intraprendere la strada dell’agricoltura. Esperienze diverse, come diverse sono le motivazioni che stanno alla base di una scelta del genere. Esperienze che, in ogni caso, vanno valorizzate. E così è stato: nel corso del 2020, infatti, la Regione Emilia-Romagna ha stanziato oltre 22 milioni di euro a favore di progetti presentati da giovani in agricoltura. Tra i tanti giovani che hanno avuto accesso ai finanziamenti, ce ne sono anche diversi del territorio riminese. Che ci raccontano la propria storia e la propria esperienza.

Come Giacomo Bianchi, dell’azienda vinicola riminese Podere dell’Angelo. Giacomo, spesso, purtroppo, si tende a vedere nei giovani che lavorano nel settore agricolo non tanto una scelta ma un ripiego. È così?

“Credo che il lavoro debba sempre essere una scelta, persino quando è un ripiego. È più importante come lo fai di quello che fai, a maggior ragione nel settore agricolo che produce alimenti, perché noi siamo quello che mangiamo. Io credo di aver avuto la grande opportunità di essere libero di scegliere. Ho fatto la scelta più consapevole, non il sentiero più battuto, nessuno mi ha spinto a questa conclusione: avevo capito che l’agricoltura era qualcosa di duro che amavo. Il vero problema è la redditività: oggi per fare agricoltura sembra essere necessario sfruttare più terreno possibile e prosciugare ogni risorsa. Non funziona così, quello agricolo è molto semplificato, ma resta sempre un ecosistema che va rispettato in tutte le sue componenti”.

Il terreno su cui lavori: l’ha acquistato? Ereditato? È un’attività di famiglia?

“Avrei potuto farlo, avrei potuto integrare la piccola azienda familiare già da subito, ma ho voluto farlo con un’altra consapevolezza. Ho scelto di studiare viticoltura ed enologia ed è stato amore a prima vista. Con la stessa caparbietà e forza di volontà necessaria per potare e accudire manualmente ettari di vigneto, ho ottenuto la triennale passando dalle università di San Michele all’Adige, Trento, Udine e Digione. Spinto dalla mia passione, ho imparato il francese in un paio d’anni e ho passato il concorso di ammissione al doppio titolo magistrale di enologia e agraria di Bordeaux: proprio in questi giorni, ho consegnato la mia tesi”.

Di cosa ti occupi oggi esattamente?

“Produco vino, mi informo, sogno di potere restituire e mettere in pratica almeno una parte delle conoscenze che mi sono state date, delle esperienze che sono riuscito a svolgere in giro per il mondo. Lo faccio su dieci ettari di vigneto che in parte mio nonno, un tempo mezzadro, è riuscito a riacquisire e nella cantina e negli affitti che i miei genitori sono riusciti ad ottenere”.

Commercio e distribuzione?

“La vendita diretta, il rapporto con il consumatore è sempre stato la nostra spina dorsale. Fin da tempi non sospetti, quando col vino mia nonna vendeva i capponi e la passata fatta a mano che produciamo tutt’ora. Credo che questa sia una delle ragioni che ci ha salvato, dall’omologazione delle aziende agricole e dalla dittatura del commercio. La consegna a domicilio è una novità arrivata con la crisi sanitaria, una bella prova di adattamento che grazie a mia sorella, siamo stati in grado di dare. Per fare questo la presenza online è indispensabile, ma sempre con la stessa concretezza e trasparenza”.

In merito ai finanziamenti regionali: reputa che ci sia abbastanza sostegno ai giovani e al settore agricolo da parte delle istituzioni?

“Il sostegno ai giovani è vitale. In agricoltura abbiamo questo ‘vantaggio’, già da tempo far quadrare i conti di un’azienda è difficile. La monocultura, l’impoverimento del suolo e la globalizzazione degli alimenti fanno sì che non sia possibile vivere dignitosamente del proprio mestiere. L’abbandono progressivo dell’agricoltura sin da metà degli anni ’70 è legato alla mancanza di reddito. Così la filiera cerca di recuperare attrattività puntando sulla sostenibilità e sui giovani. Credo che nel contesto attuale di crisi economica, tutti i giovani necessitino di un maggiore sostegno. Serve un incoraggiamento economico a lanciarsi e dell’indispensabile speranza, per credere di più nel lavoro dei giovani. Urge un supporto nella formazione e nella successiva entrata nel mondo del lavoro”.

Agricoltura: prima scelta

 “Ho sempre voluto fare questo lavoro, – spiega Nicholas Valerio, dell’azienda agricola riminese Valverde –  per seguire le orme di mio padre. Per quanto mi riguarda, quello con il mondo agricolo è stato amore a prima vista. Ed è un mondo cui la mia famiglia è molto legata: mia nonna è arrivata in Romagna 50 anni fa, e con mio babbo e i suoi fratelli hanno preso l’azienda agricola”. Un’azienda che produce cosa? “Lavoriamo su colture da seme, producendo ortaggi e insalate. Per quanto riguarda la vendita, siamo soci della CAC, Cooperativa Agricola Cesenate, cui conferiamo il raccolto: dopodiché loro si occupano della pulizia e della vendita. Abbiamo però anche la vendita diretta, vino e alcuni ortaggi. Infine, abbiamo anche la stalla, con bovini da carne, suini e galline. Non abbiamo invece una dimensione online, anche se ci stiamo pensando, soprattutto in epoca Covid: la nostra è una vendita più di nicchia. In cui i clienti o si recano allo spaccio dell’azienda o ai mercati settimanali. Prevediamo anche di investire sul domicilio”. Vi sentite sostenuti dalle istituzioni? “Difficile rispondere in modo assoluto. Da una parte mi ritengo soddisfatto del sostegno, ma dall’altra credo che si possa fare di più: gli investimenti in questo settore sono tanti, l’agricoltura avrebbe bisogno di qualche incentivo in più. Soprattutto se guardiamo ai giovani: oggi non sono molti, l’età media si aggira tra i 40 e i 50 anni, e non mi sento di dire che i ragazzi oggi siano incentivati ad aprire un’azienda agricola, per difficoltà legate a questioni burocratiche, prima ancora che economiche”.

Una questione, quella delle difficoltà di una burocrazia che semra essere l’ostacolo maggiore per i giovani interessati a intraprendere la strada dell’agricoltura, confermata anche da un’altra testimonianza. “L’appoggio e il sostegno da parte delle istituzioni è giusto, perché senza è praticamente impossibile cominciare questa attività. – sono le parole di Samuel Torsani e Laura Castellitti, dell’Azienda Agricola Biodinamica Ella di Rimini – Mi sento di dire, però, che si tratta di un appoggio che oggi non è ancora ben strutturato: c’è molta, troppa, burocrazia, ed è molto difficile accedere alle agevolazioni e ai finanziamenti se stai partendo completamente da zero, come nel nostro caso. Tanto da creare un paradosso: l’accesso alle misure di sostegno finalizzate all’avviamento di alcune attività è molto più facile per chi, per certi aspetti, è già avviato”.

Avete detto di essere partiti da zero. Raccontateci. “Il mio rapporto con la terra inizia da lontano – racconta Samuel – quando, fin da ragazzino, mi piaceva lavorare la terra in un terreno vicino a casa come hobby. Un rapporto che si è sviluppato, portandomi a prendere terreni in affitto con ulivi e vigna, ma che poi si è interrotto per motivi economici. Così ho cambiato, iniziando a lavorare nella manutenzione del verde, ma continuando a tenere i terreni. Ma la passione è stata più forte, e grazie al mio incontro con Laura, che proveniva da tutt’altro settore essendo laureata in Design, ho capito di voler tornare all’agricoltura, al lavoro e alla vita nei campi”. “Io venivo da tutt’altro mondo – aggiunge Laura – ma assieme a Samuel, gradualmente, abbiamo capito che il nostro desiderio era quello di tornare al lavoro all’aria aperta, unito alla volontà di poter prendere le nostre decisioni in autonomia: e così siamo partiti, completamente da zero, perché non avevamo terreni ereditati dalla famiglia. È stata in tutto e per tutto una nostra scelta: nel 2017 abbiamo aperto partita Iva agricola e ottenuto la certificazione biodinamica, e abbiamo cominciato seriamente a lavorare per realizzare il nostro progetto, acquistando un podere”. In cosa consiste il progetto? “La nostra idea – continua Samuel – è quella di creare un’azienda a circolo chiuso, ossia una realtà in cui tutto ciò che serve per vivere è autoprodotto. Raggiungere la totale autosufficienza, per intenderci. Nello specifico, produciamo tutti gli ortaggi di stagione, vino e olio, farine grazie ai nostri campi di cereali e, da ciò che avanza, ricaviamo i trasformati: succhi di frutta, sughi o passate dagli ortaggi, pasta secca dalla farina”. E il commercio? “Vendiamo i nostri prodotti su canali fisici, usando l’online come strumento per farci pubblicità, soprattutto attraverso i social network. È possibile acquistare recandosi nel nostro punto vendita in azienda e nei mercati. Con l’arrivo del Covid-19, inoltre, ci siamo attivati con le consegne a domicilio e con il ritiro in azienda di prodotti su prenotazione, attraverso liste della spesa su Whatsapp”. Hai parlato di certificazione biodinamica per la tua attività. Di che si tratta? “Di agricoltura biodinamica, ossia un tipo di agricoltura le cui basi teoriche e filosofiche risalgono agli anni ’20, il cui scopo finale è quello di ristabilire un sintonia con la natura, un’armonia tra la terra e gli uomini. Da questo discendono alcuni metodi di coltivazione finalizzati a conservare e ristabilire la fertilità e l’humus della terra. Con un approccio di questo tipo, per noi la vita in azienda non è solo lavoro, ma un vero e proprio modo di pensare che abbraccia le nostre giornate, diventando un vero e proprio stile di vita”.

“Non un ripiego, ma una seconda scelta” Non tutti i giovani in agricoltura, però, avevano nel mondo del lavoro nei campi il sogno della propria vita. Non all’inizio, perlomeno. Come nel caso di Martina Montevecchi, titolare dell’Azienda Agricola Rizoma a Rimini. “Definirei il mio percorso in agricoltura non come un ripiego, ma come una seconda scelta. Nel senso che sono legata alla terra fin dall’inizio della mia vita: sono nata e cresciuta in campagna, nell’uliveto che la mia famiglia coltiva per autoconsumo. Allo stesso tempo, però, il mio percorso di studi e la mia carriera avevano preso, fino a qualche anno fa, tutt’altra strada: mi sono laureata in Sviluppo e Cooperazione internazionale, poi mi sono trasferita in Olanda per la specialistica. Il mio settore professionale, dunque, sarebbe quello della cooperazione internazionale, con un particolare focus sulle migrazioni, ovvero sui diritti politici, civili e umani dei migranti. Dico ‘sarebbe’, perché poi la strada è cambiata”. Cos’è successo? “Fino a qualche anno fa ho lavorato in Italia proprio in questo ambito, impegnata in progetti legati all’immigrazione, come attività di facilitazione linguistica o supporto agli esami, o anche in progetti all’interno dei Centri di Accoglienza Straordinari, tutte esperienze con contratti a progetto. Tradotto: precarietà. E proprio la mia ultima esperienza in un CAS mi ha portato a voler cambiare strada: non condividendone l’approccio, che ritengo essere troppo emergenziale e poco costruttivo sia per chi viene accolto sia per gli operatori impegnati, ho deciso di lasciare e di cambiare vita”. E sei tornata alla terra. “Nel frattempo sono venuta a conoscenza di diverse esperienze in Italia di agricoltura sociale, che coinvolgevano persone immigrate. Così, avendo a disposizione il terreno di famiglia e gli attrezzi di base, e avendo scoperto la possibilità di unire l’agricoltura al mondo del sociale che già conoscevo, ho deciso di buttarmi e aprire la mia azienda agricola, Rizoma, con la volontà, in futuro, di realizzare anch’io un progetto di agricoltura sociale”. E nell’attesa, in cosa consiste la tua attività? “L’azienda si sviluppa su due terreni, nei quali sono impegnata con l’uliveto di famiglia e con una parte dedicata agli ortaggi. A questo si aggiunge, da quest’anno, la produzione di farina attraverso il grano, il tutto nell’ottica di una agricoltura completamente biologica, frutto di una mentalità ecologista che devo ai miei genitori, e per la quale li ringrazio. Per quanto riguarda il commercio mi concentro solo sulla vendita diretta in azienda o nei mercati, con l’aggiunta, una volta a settimana, del servizio a domicilio a causa delle circostanze dovute alla pandemia”. Hai detto di aver cominciato con il terreno e le attrezzature di famiglia: da alcune testimonianze di altri giovani agricoltori del territorio emerge come le forme di incentivo e sostegno da parte delle istituzioni siano sì utili, ma comunque difficilmente accessibili per chi comincia completamente da zero. Tu cosa ne pensi? “Le iniziative per il sostegno dei giovani in agricoltura sono lodevoli, perché oggi c’è sicuramente bisogno di un aiuto per cominciare un’attività di questo tipo. Va detto, però, che i requisiti di partecipazione per accedere a questi sostegni non sono facili da integrare per chi parte da zero. Non solo: anche qualora si riuscisse ad accedere, i finanziamenti vengono erogati alla fine del progetto per il quale si partecipa al bando, e non subito. Quindi prima bisogna investire fino in fondo far partire l’attività, e solo a seguito di una rendicontazione e di una verifica dagli ispettori competenti si ottiene materialmente il sostegno. Senza una solida base di partenza, dunque, non solo di terreni e attrezzature ma anche di disponibilità economica, non è per niente facile avviare un percorso in agricoltura oggi”.