La torneria Amaducci

E’ sorprendente scoprire quante imprese artigiane di qualità, udite..udite  in campo meccanico, conta questo territorio. Imprese di cui non si parla quasi mai, ma che costituiscono l’ossatura di tante imprese più conosciute, locali e non.

Ossatura perché ne fanno i componenti da montare, o rimontare, sulle macchine per la lavorazione del legno, ma anche del marmo, del vetro, del settore nautico, ecc.

Macchine, sempre più complesse, che spesso finiscono nei mercati esteri. Per la produzione di tante piccole aziende artigiane si potrebbe definire una esportazione indiretta. Che non compare nelle statistiche, e nemmeno nelle etichette, ma esiste nella realtà. Il valore del loro lavoro incorporato nelle macchine di marchi noti.  Non solo locali, ma anche di tante imprese emiliane della Motor Valley e dintorni. Di cui è riconosciuta la propensione all’innovazione e la competitività.  Ora non può sfuggire che se tante imprese emiliane, ma non solo, si servono di imprese meccaniche locali per lavorazioni particolari, vuol dire che queste sono all’altezza delle maggiori sfide competitive.

Una di queste è la Torneria Amaducci, lungo la strada che collega Rimini con Coriano. Fondata a metà degli anni cinquanta del secolo scorso da Alfredo Amaducci, zio dell’attuale titolare Paolo, che già sta allenando il figlio per il prossimo passaggio generazionale, come azienda di fabbri ferrai, si è progressivamente evoluta, seguendo le richieste del mercato, fino ad essersi fatta un nome per la precisione delle sue lavorazioni, sempre per conto terzi, nel campo della costruzione di ingranaggi, pulegge, alberi, ruote dentate, viti filettate e altri lavori di torneria.

Il primo tornio a controllo numerico Amaducci lo comprò nel 1982, ed oggi, in officina, ne ha installati  sette. Il suo è un mercato di qualità, ma soprattutto di nicchia. Per piccole quantità, al massimo cento pezzi di una stessa lavorazione. Ma spesso addirittura una unità. Cosa che ovviamente costa un po’ di più e che aziende più grandi, che viaggiano sui grandi numeri, non si possono permettere.

Costa di più perché il lavoro che richiede è ben diverso dalle lavorazioni di serie. Racconta Paolo, che incontriamo nella sua azienda, che produrre una unità vuol dire programmare e attrezzare quel tornio solo per quel pezzo. E può capitare, quando le unità da produrre sono diverse, di dover riprogrammare e riattrezzare un tornio anche 3-4 volte al giorno.

Operazioni che oltre ad una elevata competenza, richiede tempo.

L’azienda occupa quindici persone, con una età media non troppa elevata. Fortunatamente il virus, che ha costretto anche loro a fermarsi per tre settimane, non li ha penalizzati troppo e il calo del fatturato 2020, intorno a 2 milioni di euro, è stato contenuto nell’ordine del quindici per cento sull’anno prima.

Ogni anno prende in stage, che in genere durano tre settimane, due-tre studenti di indirizzo meccanico dell’Istituto Alberti, del Centro Zavatta, oppure dell’ITIS.  I primi manualmente più preparati, i secondi  meglio attrezzati teoricamente.  E non è detto che non ci scappi l’assunzione.

L’ultima in ordine di tempo è capitata ad uno studente, immigrato, del Centro Zavatta di Rimini.

E i tanti giovani riminesi disoccupati ?  Hanno molte resistenze, dettate anche dalle aspettative dei genitori, ad accettare certi lavori. 

Tra qualche anno Amaducci  deve sostituire un dipendente che andrà in pensione. Ci sta già pensando, perché  preparare un buon tornitore, capace di essere completamente autonomo, non ci vogliono meno di due-tre anni.  Si accettano candidati.

Gli incentivi di Industria 4.0 (misure a sostegno dell’innovazione nelle aziende) servono ai piccoli artigiani ?  “Noi, risponde Paolo, non ne abbiamo fatto uso. Troppo  complessi. Ci vuole una persona solo per seguire la pratica”. Maggiore flessibilità e meno burocrazia è la richiesta.