"Chi non spera l’insperabile non lo scoprirà, poiché è chiuso alla ricerca, e a esso non porta nessuna strada"
ERACLITO (535-470 a.C)

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La tassa di soggiorno: non per piacere ma per necessità

La tassa di soggiorno potrebbe rientrare a pieno titolo nella serie: a volte ritornano. Si perché non è una novità, nemmeno per la Riviera di Rimini, al massimo un ripescaggio. Venne istituita la prima volta nel 1910 ed è stata abolita, con grande soddisfazione di tutti, a cominciare dagli albergatori, nel 1986. Ariscuoterla, all’epoca, era incaricata l’Azienda di Soggiorno, con il suo personale addetto a girare tra gli alberghi. La dovevano pagare tutti, anche chi affittava una stanza nella sua abitazione. Per pensioni e hotel era obbligatorio fare la “schedina” in due copie, una per il gestore e l’altra per la questura. Poic’era il registro dell’Istat dove venivano segnate le presenze e la nazionalità degli ospiti,  da cui si ricavava l’ammontare della tassa di soggiorno.   Ha scritto Claudio Costantini, all’epoca incaricato a riscuotere la tassa per conto dell’Azienda di Soggiorno, in un articolo apparso su questo giornale tempo fa, “Tutto doveva in teoria collimare, ma come succede, erano pochi quelli che intendevano registrare tutte le presenze, e non solo per pagare meno l’imposta di soggiorno… Tutti chiudevano gli occhi quando l’evasione era fisiologica…. Alcuni controllori, per arrotondare, compilavano i registri per conto dell’albergatore con reciproca soddisfazione. Poteva succedere che molte volte le registrazioni dei dati venivano fatte ad occhio: tot tedeschi, tot svedesi, tot italiani Alle volte quando in un albergo le presenze erano assai al di sotto di quelle effettive il controllore chiamava l’ispettore che arrivava poco prima del pranzo e chiedeva all’albergatore di contare i piatti sui tavoli, molto spesso si litigava, raramente non si trovava un punto di equilibrio. Dagli anni settanta, si stabilì con gli albergatori un accordo utile per l’Azienda ed i gestori delle strutture ricettive, ma certamente non molto corretto dal punto di vista amministrativo: il forfait. In relazione alla categoria, al numero di letti, ai giorni di apertura e quanto pagato complessivamente negli anni precedenti, si stabiliva una cifra stagionale che l’esercente doveva versare  in rate mensili”.

Insomma, alla fine la tassa di soggiorno diventò una specie di barzelletta, dove chi doveva versarla era a dir poco restio e chi era incaricato di riscuoterla non era troppo entusiasta. Così, alla fine, dopo aver escogitato tutte le possibili varianti dell’occultamento delle presenze turistiche vere (che sono le notti passate in albergo), venne abolita.  Correva l’anno1986. Inquegli anni in Riviera si contavano circa 17 milioni di presenze, di cui un buon terzo costituito da stranieri, principalmente tedeschi.  Oggi, dopo 25 anni senza tassa di soggiorno, le presenze sono scese a 16 milioni  e gli stranieri ridotti a poco più di un quinto del totale.

“Tassa di soggiorno: albergatori inferociti”, “La tassa mette in fuga i turisti”, titolano i giornali di fronte alla sua reintroduzione, che è una  possibilità (non obbligatoria) prevista da un Decreto Legge del Governo Berlusconi (Dlgs 23/2011).  Ma quanto dovrebbe pagare un turista per soggiornare a Rimini ?  Si va da 70 centesimi a notte per persona in un due stelle, a 1,50 euro per un tre stelle, fino ai 3 euro in  un albergo a cinque stelle. Il Comune di Rimini calcola di raccogliere, per la fine dell’anno, almeno mezzo milione di euro.

Certo parlare di introdurre nuove tasse, seppur minime, in un paese già super tassato, non  è una misura né piacevole, né popolare. Ma forse alcuni toni sono un tanto esagerati. Per esempio, la tassa di soggiorno non c’entra niente con i tanti russi che non vogliono più soggiornare a Rimini “perché gli alberghi sono brutti, sporchi, le colazioni scarse, i gestori scortesi”. Si potrebbe aggiungere che con i 5 euro al giorno che hanno pagato forse era anche difficile attendersi di più. Ma tant’è.  Il risultato comunque è stato che mentre l’anno scorso su 5mila passeggeri russi a settimana in arrivo all’aeroporto di  Rimini, 3.500 si fermavano, quest’anno sono scesi a mille.

La situazione economica dei Comuni la conoscono tutti e certi investimenti, come rifare un sistema fognario decente, per non incappare in spiacevoli incidenti che non fanno bene alla notorietà del luogo, non sono da poco. Il tema, semmai, è come utilizzare i fondi eventualmente raccolti.

Per esempio, se la tassa di soggiorno potesse coprire i costi della promozione turistica, prevalentemente pubblica, che solo nel 2012 è costata,  tra Provincia e Comuni, più di 2 milioni di euro, sarebbe già una buona cosa.

Ma andiamo con  ordine e vediamo cosa succede negli altri Paesi, perché chi pensasse che all’estero non esistono tasse di soggiorno si dovrebbe subito ricredere.  Come ci ricorda la Rivista Contribuenti.itdel luglio-agosto scorso, a Parigi, ad esempio, la taxe de séjour   ha compiuto cento anni da poco e i turisti non hanno mai smesso, per questo, di visitarla; merito anche della sua esiguità:  pochi centesimi a notte, se si soggiorna in un hotel 3 stelle. Stesso discorso per Vienna, dove  l’imposta è direttamente proporzionale alla spesa effettuata. A Budapest si paga il 3% del costo del soggiorno.   Discorso diverso nelle capitali europee in cui la tassa di soggiorno è stata introdotta di recente o partirà a breve come a Berlino.  Nella capitale tedesca, infatti, così come a Colonia o a Duisburg, dal 1°gennaio 2013 si pagherà il 5% del costo della stanza, allo stesso modo di Amsterdam e delle altre città olandesi.

Dal 1° aprile scorso è stata introdotta la tassa di soggiorno anche per i turisti di Barcellona e della Catalogna, che vedranno maggiorato il costo dai 78 centesimi ai 2 euro e50, in base alla categoria dell’ albergo in cui si pernotta.

Negli Stati Uniti le tasse sulle vacanze sono addirittura tre:  una fissa di un dollaro e 50, una variabile a seconda della categoria dell’albergo e una percentuale del 5,87 del prezzo totale.  Ed anche a New York  non si può dire che scarseggino i visitatori.

In Italia la tassa di soggiorno è già applicata da almeno 500 Comuni, a partire dalle grandi città come Roma (da 2 € per un albergo di due stelle a 3 € per un cinque stelle), Firenze e Venezia (da 2 € per un due stelle e 5 € per un cinque stelle), Bologna, Genova, ecc.  Da settembre anche a Milano si paga per pernottare: 1 € per ogni stella, fino ad un massimo di 5 €.  Tassa più bassa per B&B, agriturismo e campeggi. Le entrate attese ammontano a 24 milioni di euro.

Tra le località di mare la tassa è stata introdotta a Capri, Sorrento, Ravello, Vieste, Otranto, ecc.

Insomma, la tassa di soggiorno non è piacevole, ma può diventare una necessità. Lo sanno tutti, operatori e politici riottosi. Tutto il resto rientra nel gioco delle parti, dall’esito scontato. Tra l’altro tutti i ricorsi intentati ai Tar (Tribunale amministrativo regionale) sono stati respinti.

Sarebbe allora  meglio concentrarsi sulle finalità da dare a questa nuova entrata. Per esempio, a Colonia (Germania) la  tassa va  per la promozione della cultura e il ricavato totalmente reinvestito in attività di interesse culturale, dai festival alla ristrutturazione di monumenti di interesse artistico. Tutto documentato, euro per euro, sul sito ufficiale della città.  Ecco, questo della trasparenza sull’uso di queste nuove risorse è un altro aspetto che non andrebbe dimenticato. Anche i turisti, oltre ai locali,  dovrebbero sapere che fine fanno i loro denari.

Stessa trasparenza la troviamo negli Stati Uniti: dei 14 dollari pagati per la Esta tax dieci vengono reinvestiti per la promozione del turismo e quattro utilizzati per le spese amministrative.

Ad Otranto hanno preso una iniziativa intelligente: associare il pagamento della nuova tassa con una Card che da diritto a sconti, visite guidate, ecc., accesso sui mezzi pubblici, ecc. E’ un modo per restituire in servizi la tassa che si chiede di pagare. Non dovrebbe essere difficile pensare a qualcosa di simile anche per la Riviera di Rimini. Tra l’altro, se ben fatto, potrebbe essere un “prezioso” gadget da portarsi a casa.

Nell’evenienza, quasi certa, che la tassa venga applicata, ci sono però due aspetti assolutamente da evitare: a. un eccessivo costo amministrativo della raccolta; b. l’impunità per chi tentasse di evadere.  Quindi, se tassa ci deve essere, massima semplificazione e controlli efficaci.

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